È una crisi africana con cause occidentali

Il titolo è provocatorio, ma contiene anche una verità; riprendo il discorso, iniziato nel post sulle cause delle rivoluzioni nei paesi islamici. Questa volta allargheremo lo sguardo anche alla recente crisi in Burkina Faso.

Come già detto, essendo portatore della visione pluricasuale, cioè che un dato avvenimento è causato da più fattori, elencherò le varie forze che agiscono in queste crisi.

Crisi sociale, nazioni con una popolazione media molto giovane sotto i 25 anni, più propensa alle novità e dinamica verso le nuove tecnologie. Con la costruzione di una scuola minima garantita, almeno nelle città (anche se non per tutti) una sempre maggiore fetta di popolazione ha le possibilità di conoscere e imparare nuovi saperi, così da potersi emancipare mentalmente dalle tradizioni delle generazioni precedenti. Insomma, troviamo sì in queste società ancora retaggi passati di cultura tradizionale, affiancata però da una nuova generazione che ha delle conoscenze dei propri diritti e capacità enormemente superiori rispetto ai genitori; se poi aggiungimo il sempre più diffondersi di costumi occidentali, troviamo uno scollamento, per non dire una frattura, tra le due età. Giovani immersi nel mondo globale conoscono meglio di altri gli avvenimenti esterni, senza più la censura (sia quella statale, sia quella famigliare).

Crisi economica, per via della crisi globale, derivata da quella statunitense, si sono create delle speculazioni su beni primari; avendo perso la bolla finanziaria, i fondo monetari si sono spostati su quelli più reali, materie prime, sia agricole che minerarie. Se poi aggiungiamo che, con la lenta ripresa dei consumi energetici e l’aggiunta delle crisi nei paesi produttori di petrolio, troviamo un’aumento del prezzo del greggio che è la fonte di maggior costo nella produzione agricola: non solo pesticidi, ma anche trasporti. In aggiunta troviamo una politica, sia europea che statunitense, propensa nel proteggere e finanziare, il mercato agricolo interno; la causa è che alcune volte è più vantaggioso importare merce europea in africa, che non comprare direttamente da produttori locali, questo anche per via di una rete di trasporti deficitaria, che non consente un veloce spostamento delle merci tra località diverse. Indebolire l’agricoltura in Africa vuol dire indebolire l’80% della popolazione che vive (o sopravvive) di agricoltura. Sullo sfondo c’è sempre una povertà, alcune volte estrema, con una disoccupazione elevatissima.

Crisi politica, troviamo salve rare eccezzioni, una classe politica tribale, che cerca sempre di portare favori alla famiglia/tribù di apparteneza. Una corruzione diffusa che non permette l’emergere di novità, ma premia le amicizie rispetto i meriti.  Insomma c’è uno scollamento tra società civile e governanti, un solco che non permette più al potere politico di intercettare le istanze della popolazione, acuendo una situazione già delicata.

Nel caso burkinabè bisogna aggiungere la crisi ivoriana. Non essendo un paese rivierasco, il Burkina Faso per potersi approviggionare di qualsiasi merce importata, deve dipendere da uno dei paesi a sud, che hanno una possibilità di porto; essendo fortemente legata economicamente, socialmente e viabilisticamente con la Costa d’Avorio, la sua crisi di questo paese ha inevitabilmente portato un peggioramento anche nel vicino ex-Alto Volta. Non solo, da quando la crisi ad Abidjan si è acuita, anche l’approviggionamento di elettricità è venuto a mancare, causando uno scompenso di energia che ha portando alla razzionalizzazione della corrente. Troviamo altresì una cristallizzazione del potere, nelle mani della stessa persona, che ha già cambiato la costituzione due volte per potersi farsi  rieleggere; non contento vuole ricambiarla per giustificare la sua partecipazione nel 2015 alle prossime elezioni.

pbacco

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