Africa mobile

Per un continente vastissimo e così vario come l’Africa, le comunicazioni sono sempre state un problema. L’avvento della telefonia non sembrava aver modificato questo trend, le poche linee fisse erano presenti quasi esclusivamente nelle grandi città. Caratterizzate da elevati costi fissi ed una qualità generalmente bassa, non erano certo la risposta che avrebbe cambiato la situazione.

Seppur ad oggi migliorate, in qualità e velocità, queste rimangono sempre limitate ad alcune zone. La vera rivoluzione è arrivata con l’avvento della telefonia mobile, in cui quest’anno celebriamo il quarantennale di invenzione. Molto più adatta a coprire le enormi distese di territorio, grazie anche ad un minore impiego di infrastrutture ed un minor fabbisogno energetico, questi minori costi di gestione che questa nuova tecnologia ha portato hanno cambiato per sempre il modo di chiamare, socializzare, nonché l’economia e la società dell’intero continente.

Con oltre 750 milioni di telefonini, l’Africa non rappresenta di certo il mercato più importante in fatto di numeri, rimanendo solo dietro l’Asia, ma mostrandosi l’area a livello mondiale dove il tasso di crescita è in costante aumento nonostante la crisi. Le previsioni dicono che fra tre anni i possessori di apparecchi mobili arriveranno già al miliardo di utenze.

La diminuzione del prezzo delle tariffe, dovuta anche ad una maggiore concorrenza, il minor costo degli apparecchi e il miglioramento del reddito delle persone hanno dato il via a quella che viene chiamata mobile revolution.

Si sono velocizzate le comunicazioni tra persone e la diffusione di informazioni, in un’Africa sempre più cittadina, dove però la maggior parte della popolazione abita ancora in ambito rurale, le comunicazioni tra famigliari lontani è migliorata. Le notizie, anche grazie ad internet sul cellulare sono alla portata di un pubblico maggiore. Decisivo sviluppo anche in ambito sanitario, dove grazie ad internet mobile ora è possibile inviare esami dai luoghi più lontani presso il centro specializzato più vicino, oppure chiedere un consiglio medico a distanza.

Sono nati nuovi lavori, con oltre 3,5 milioni di addetti diretti, la telefonia mobile è anche un importante mercato del lavoro, se aggiungiamo le persone dell’indotto tra cui rivenditori e sviluppatori il numero sale ulteriormente. Un micro mercato viene formato anche dai rivenditori di ricariche che appostandosi agli incroci rivendono le tessere agli automobilisti. Nuove possibilità di sviluppo, in uno dei continenti più giovani del pianeta, è data dalla creazione di nuovi contenuti per cellulari ed internet. Importanti centri tecnologici, delle piccole silicon valley africane, sono sorte o stanno sorgendo presso le più importanti città, per esempio iHub e Nailab in Kenya.

Un mondo di app

Sotto questa voce non troviamo solo il famoso pagamento via SMS (mobile payment), cioè la possibilità di spostare piccole somme di denaro da una sim all’altra attraverso un semplice messaggio senza passare dalla rete bancaria. Troviamo anche la possibilità di ricevere messaggi che indicano ai contadini le quotazioni delle sementi nei mercati vicini, passando per lo sviluppo di vere applicazioni per i modelli di ultima generazione, come prodotti per la conversazione o per esempio iCow, applicazione sviluppata per aiutare gli allevatori a monitorare le mucche.

Grandi società straniere

Importanti società straniere, fiutato l’affare si sono buttate su questo mercato molto promettente.

Tra le più importanti società operanti nel continente troviamo Vodafone, la più importante multinazionale del settore. Ha acquistato la maggioranza dell’operatore Vodacom, operante in Sud Africa, Mozambico, Lesoto, RDC, Tanzania; possiede anche partecipazioni in Ghana, Egitto, Kenya.

Orange, del gruppo France Telecom, ha importanti partecipazioni soprattutto nell’Africa occidentale.

Il gruppo Bharti Airtel, compagnia indiana, che nel 2010 ha acquistato per $9 billion dalla società Kuwaitiana Zain le sue operazioni in Africa. Ora opera direttamente in Burkina Faso, Chad, Egitto, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Ghana, Kenya, Madagascar, Malawi, Niger, Nigeria, Repubblica del Congo, Sierra Leone, Seychelles, Tanzania, Uganda, Suda, Sud Africa.

Non sono solo le più importanti società di telecomunicazioni, ma anche le industrie produttrici di apparecchi sono attente al mercato africano e, diversamente da quello che si pensa, i dominatori sono gli asiatici, e non gli occidentali.

Importante mercato per le industrie cinesi, Huawei ha lanciato nuovo modello di smartphone appositamente creato per il mercato del Continente Nero 4Africa, il continente rappresenta il 13% del fatturato. Oppure Yolo, assemblato in Cina venduto da Intel in Kenya.

Società africane

Numerose rimangono gli operatori indigeni, togliendo quelli statali, troviamo importanti società che si sono sviluppate anche all’estero, tra le altre la sud africana MTN. Da sottolineare che l’odierna Airtel, prima ancora che essere Zain era Celtel una società fondata da un sudanese.

Da non sottovalutare i primi esperimenti di apparecchi prodotti direttamente nel continente, la società VmK (Vou Mou Ka) “svegliati”, stessa impresa che ha prodotto il primo tablet africano, ha messo in commercio Elika, il primo smartphone africano.

pbacco

 

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Immaginario africano

Alla fine dei conti dobbiamo riconoscere i nostri limiti, la nostra visione dell’Africa è ancora sublimata da un’aurea post-coloniale paternalistica. I miti acquisiti durante lo studio del continente, soprattutto quelli effettuati durante il diciannovesimo secolo, hanno plasmato gli stereotipi che tuttora continuano a caratterizzare la visione che noi occidentali abbiamo del continente.

Nella nostra visione c’è la volontà, alcune volte inconscia, a voler vedere l’Africa come un continente fermo nella sua struttura sociale, immobile nei cambiamenti economici. Sicuramente sotto alcuni aspetti, la cultura rurale è ancora ancorata a tradizioni ancestrali, ma dobbiamo considerare che proprio il nostro coinvolgimento nelle faccende africane, a volte, ha creato queste distorsioni, o comunque ne ha rallentato se non bloccato lo sviluppo. Come già detto, la prima vera ferita del colonialismo, ancora prima che il problema economico, è la fossilizzazione culturale che ha generato nei popoli sottomessi. La cristallizzazione delle strutture già esistenti, era uno dei punti chiave delle amministrazioni coloniali. Essendo sempre stato minoranza, il ceto dirigente proveniente dall’Europa, cercava di bloccare i cambiamenti e, quando concedeva una delega del potere politico o economico, cercava sempre di consegnarlo alle minoranze presenti nel territorio, così da non creare una elitè locale mai numerosa. Questo stratagemma serviva a non formare una massa di persone capace di ribellarsi ai colonizzatori, una riedizione contemporanea della vecchia regola romana “divide et impera”.

Per tornare al tema principale, la nostra visione ed azione nel continente ha sempre avuto, tranne piccole eccezioni, una visione paternalistica degli aiuti; l’equazione è uomo bianco persona buona e ricca che porta la civilizzazione al nero cattivo povero e rozzo. Quasi mai si parla dei problemi con le popolazioni locali, il più delle volte i progetti umanitari vengono pensati da occidentali in occidente, senza tenere conto degli africani e dell’Africa. Detto questo, esistono buone prassi ormai consolidate anche da parte di organizzazioni occidentali, senza dimenticare che questo problema è ricorrente anche nei recenti aiuti da parte di paesi non occidentali.

Ma la visione mistica, non si esaurisce solo a livello politico o economico; esiste un immaginario africano anche da parte dei turisti. Sono due i modelli di visitatore tipo: troviamo così il turista relax che ricerca una vacanza a basso costo, dall’altra parte il mistico chi è in ricerca della “vera Africa”.

Avete provato ad osservare il risultato di questi due tipi di persone? Troverete una somiglianza, il primo tipo scatterà foto solo durante i safari, escludendo il più delle volte le altre realtà, perché di non interesse; il secondo fotograferà solo paesaggi ritenuti africani, scartando le realtà considerate non autentiche. Una visione completa della società africana, è quindi esclusa a tutte e due le tipologie.

L’esempio più calzante sono le foto fatte durante la visita ai villaggi. Perché, se nel primo caso non avviene neanche il contatto con questa realtà, nel secondo si può notare che, si tende a non fotografare i pezzi di plastica sparsi tra le capanne, come se la plastica non facesse parte dell’odierno paesaggio africano. Come nel resto del mondo, anche nel più sperduto villaggio africano è arrivata la plastica, sotto forma di taniche, recipienti di vario genere e l’immancabile sacchetto che sta letteralmente invadendo, ed inquinando, il paesaggio.

Questa è l’Africa, coi suoi mutamenti e tradizioni, è che ci piaccia o no un insieme molteplice e complicato di culture e inciviltà, problemi e soluzioni, bellezza e degrado, l’amore più alto e le barbarie più atroci; il tutto è inscindibilmente unito e la visione di una sola parte non rappresenta la totalità, cioè quella il più delle volte rappresentata negli stereotipi culturali.

pbacco

 

Una donna in Africa

Per non continuare con le solite celebrazioni asettiche di ogni ricorrenza, in special modo con le ovvietà che attorniano questa data, vorrei ricordare la celebrazione della giornata mondiale della donna di quest’anno raccontando la vita di una persona. Un esempio, una vita come tante altre donne che, con il loro lavoro, lo studio e l’amore cercano di migliorare il mondo partendo dal piccolo, il più delle volte nel totale disinteresse e silenzio; una testimonianza che vale più di mille parole.

Annalena Tonelli nasce a Forlì nel 1943, studia giurisprudenza, ma poi si dedica alla medicina dove consegue certificati e diplomi per la lotta contro la tubercolosi. Diviene tanto specializzata che, il suo metodo è oggi usato dall’OMS come procedura per il trattamento della malattia.

La prima esperienza è nella sua città natale dove aiuta i poveri, poi decide di recarsi in Africa. La prima tappa nel continente è nel nord del Kenya, per poi finire la sua esperienza in Somalia più precisamente nel Somaliland, l’auto proclamato stato nel nord-ovest del paese africano. Qui, in uno sperduto villaggio chiamato Borama, gestisce un centro sanitario per la cura della TBC, dell’HIV e dove gestisce un programma contro le mutilazioni genitali femminili.

Ogni giorno lotta contro le malattie fisiche, ogni giorno deve confrontarsi con una cultura diversa ed alcune volte ostile, ogni giorno vive le difficoltà materiali del popolo che cerca di aiutare.

Non protetta, per volere personale, da nessuna congregazione religiosa, né ONG, né organismo internazionale continua comunque il suo lavoro; rifiuta ogni premio o onoreficenza attribuitale. Unico riconoscimento che accetta è il premio Nansen, per l’assistenza ai profughi.

Uccisa il 5 ottobre 2003, nell’ospedale da lei stessa fondato, per mano di un gruppo fanatico relegioso.

“In tutta la vita non c’è cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi.”

Annalena Tonelli

pbacco

Di Mali in peggio

Con la risoluzione 2085 del 12 dicembre, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, veniva ufficializzava la creazione di MISMA, la forza a prevalenza africana che avrebbe dovuto essere dispiegata sul suolo maliano in aiuto, tecnologico, logistico, di intelligence, formativo, all’esercito del paese africano.

La suddetta missione però, era ancora in via di formazione, e si prevedeva la messa in funzione all’incirca nel mese di febbraio/marzo. Assieme alla parte diplomatica coi colloqui di pace, indetti presso Ouagadougou tra Bamako, le MNLA et Ansar Dine, la forza militare doveva essere la parte operativa della strategia dei paesi ECOWAS per rimettere ordine nel paese.

Il recente intervento francese, è avvenuto in risposta all’appello del presidente ad interim maliano Dioncounda Traoré. Fino a oggi la Francia aveva assicurato il suo sostegno al governo di Traoré esclusivamente dal punto di vista umanitario. Come recentemente fatto per gli accadimenti in Repubblica Centroafricana, dove l’appello ad un intervento diretto francese era stato richiesto dal presidente Boizizé. In quell’occasione però, la risposta di Hollande era stata il diniego, formalizzato in una diversa stagione di non più intervento militare diretto in Africa.

La differente reazione, è dovuta al cambiamento di forze in campo accorso in questa crisi. Quando il 10 gennaio, il gruppo fondamentalista Ansar Eddine, ha annunciato di aver conquistato il villaggio di Konna, preparando l’avanzata verso l’aeroporto di Sévaré; essendo la cittadina e soprattutto l’aeroporto, due punti nevralgici come basi d’appoggio e rifornimento per una eventuale offensiva al nord, nonché importante crocevia per raggiungere il sud e la capitale Bamako da parte delle milizie, la reazione militare era ormai l’unica razio.

Militari francesi, facenti parte delle truppe di intervento rapido presenti già sul suolo africano, sono partiti dalle basi in Costa d’Avorio e Ciad per arrivare all’aeroporto di Bamako e successivamente dividersi in due gruppi. Un primo gruppo formato da duecento militari è a presidio della capitale nonché degli interessi francesi presenti nella città, un secondo gruppo è partito per Konna importante cittadina di confine con il nord.

Aiuto logistico alle forze militari francesi è giunto da parte della Gran Bretagna, sotto il tacito accordo degli Stati Uniti che non vogliono la nascita di una base da parte degli islamisti Al-Qaïda au Maghreb islamique (Aqmi).

Già alcuni paesi della comunità dell’Africa occidentale, hanno espresso la loro disponibilità ad inviare contingenti;nello specifico Burkina Faso, Niger e Senegal 500 uomini, Nigeria 600 uomini.

Come già accennato la zona nord del Mali è divenuto uno strategico crocevia del traffico di droga e di esseri umani, nonché una zona in cui armi e miliziani hanno una libertà di azione.

La vera sfida, e preoccupazione, è la paura di un effetto domino, che porti instabilità a tutta la regione.

Africa 2013

Eccoci giunti nel nuovo anno, con nuovi propositi ed aspettative migliori, soprattutto per l’economia sono attesi in Europa ed America; ma quali sfide si appresta ad affrontare il continente Africano in questi dodici mesi?

Sul piano economico ci sono aspettative di crescita, in generale si osserva un miglioramento della ricchezza del continente, un aumento della classe media, il sorgere di nuove frontiere economiche, sviluppo di nuove attività. Purtroppo come spesso accade, questi miglioramenti sono a godimento di una ristretta minoranza di persone, ma è pur sempre un miglioramento. Nella classifica previsionale su base mondiale, dei paesi che in quest’anno vedranno un aumento significativo del PIL, troviamo anche paesi africani, tra i quali Mozambico e Libia. Queste due nazioni seppur diversi per storia e cultura hanno aspetti comuni; usciti da una guerra civile (seppur in anni diversi) stanno lentamente ricreando la loro economia, sopportati anche da importanti risorse energetiche.

Se guardiamo invece all’aspetto politico ed ai conflitti, osserviamo che la nuova annata trova in dote i soliti punti critici che accompagnano il continente da decenni, con l’aggiunta di nuove crisi o sarebbe meglio dire di rinnovato pericolo.

Somalia

Ormai in preda da una guerra che dura da vent’anni, acuita negli ultimi sette anni, questo paese ormai diviso, vede il conflitto tra il debole governo centrale e le milizie al-Shabaab. Nell’ultimo anno però, grazie anche all’intervento militare keniota (oltre a quello ugandese), importanti roccaforti (vedi il porto di Kisimaio) sono ritornati sotto il controllo governativo; le milizie fondamentaliste sembrano per ora in ritirata, ma questo non implica la loro definitiva sconfitta.

Nigeria

In continua espansione, sono le azioni terroristiche del gruppo fondamentalista Boko Haram, che nel nord del paese cerca di creare uno stato islamico con alla base la sharia come legge fondamentale. Sembra placarsi invece la questione inerente al delta del Niger, dove è stato raggiunto una sorta di pace tra governo ed MEND.

Repubblica Democratica del Congo

Si è acuita la situazione nelle province orientali dello stato (Nord e Sud Kivu). Seppur in ritirata da Goma, ora sotto controllo misto MONUSCO-militari congolesi-M23, il processo di pace instaurato tra M23 e governo non ha portato ancora ad una soluzione.

Mali

La situazione è ancora altamente confusionaria, tra pochi giorni dovrebbe iniziare una trattativa tra gruppi separatisti e governo presso la capitale del Burkina Faso.

Milizie AZAWAD si sono scontrate con le milizie islamiche, e con le milizie locali di autoprotezione. Sul piano politico il nuovo governo cerca una mediazione, avendo alle spalle il capitano Sanogo, che ha fatto destituire il precedente primo ministro.

La risoluzione ONU ha autorizzato una missione di pace per portare un aiuto militare all’esercito maliano, sono ancora da definire i contingenti e i rapporti con il governo centrale, non del tutto incline ad ospitare forze straniere.

Repubblica Centroafricana

Di recente inizio una ribellione Seleka (alleanza) contro Boizize, criticato per non aver rispettato gli accordi di pace precedentemente sottoscritti. Le milizie Seleka sono arrivate fino ad una 50 di Km da Bangui, per poi arrestarsi anche per via del rafforzamento governativo attraverso truppe ciadiane. Le recenti aperture del presidente ai negoziati verso i rivoltosi, però non hanno portato ancora ad una soluzione del conflitto.

Guinea Bissau

In preda ad elevata instabilità politica, con frequenti colpi di stato, la ex colonia portoghese si può definire un narco-stato. Sfruttato, come base di appoggio dai contrabbandieri che percorrono la rotta America- Europa, visto la poca e debole presenza statale.

Costa d’Avorio

Lentamente il paese è uscito dalla guerra civile combattuta, ma non riesce ancora a trovare una pace effettiva, l’opposizione (ex fedeli Gbagbo) non riconosce ancora l’autorità politica del presidente eletto Ouattara.

Sudan-Sud Sudan

In pace precaria, seppur con qualche scaramuccia militare e varie ritorsioni economiche, emergono sempre più limpidamente i limiti riscontrati al momento della proclamazione di indipendenza; uno stato ancora volatile, corruzione, confini non definiti, problemi con l’ex capitale.

Kenya

In marzo si terranno le elezioni per scegliere il prossimo presidente della repubblica, dopo i fatti conseguenti le precedenti elezioni del 2007. Gli occhi sono puntati su questo paese, che precedentemente era visto come uno dei migliori esempi di democrazia, purtroppo ora ha mostrato tutte le sue più complicate viscere, con un elevato grado di contrasto etnico ed una disparità economica sempre maggiore.

Zimbabwe

Anche nell’ex colonia britannica, si terranno le elezioni presidenziali in marzo; il padre padrone Mugabe sfida l’arci nemico Tsvangirai, sperando di non assistere agli avvenimenti delle precedenti elezioni, con uno stallo dovuto al non riconoscimento reciproco tra gli sfidanti e l’accusa di brogli.

Nordafrica

Ancora scosso dai fremiti delle primavere arabe, i paesi del maghreb, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile.

pbacco

La maledizione africana

Una semplice equazione sembra coronare la storia del continente africano: quanto più un paese è ricco di risorse naturali, tanto più quel paese sarà instabile. Ecco spiegata la maledizione africana, cioè la non capacità a trovare pace, soprattutto quando nel suo sottosuolo nazionale si trovano delle immense ricchezze.

Certo, questa regola non è valida solo per il continente nero, ma in questo luogo, per varie cause sia storiche, politiche, sociali questo è ancora più evidente.

Parliamo innanzitutto dell’area mondiale con la più grande disponibilità di materie prime, che fanno gola a molte industrie, commercianti, speculatori. Praticamente qualsiasi metallo, prodotto energetico è presente, alcune volte anche in maniera esclusiva, nel sottosuolo; una vera e propria riserva mineraria mondiale.

Come veniva accennato precedentemente, le cause sono molteplici, e si potrebbero esemplificare in tre grandi aree.

Cause storiche

Il colonialismo, come causa principale del suo espandersi ha attuato, nella maggior parte delle volte in maniera non programmata, una sorta di cristallizzazione delle culture assoggettate. I mutamenti, seppur piccoli, che erano presenti nella società africana, sono stati bloccati dall’avvento di questo elemento esterno. Questo elemento, ha anche introdotto concetti estranei alla cultura precedente modificandola.

Uno di questi esempi è l’idea di stato nazione, concetto che non era presente nella cultura africana. Solo tramite l’arrivo degli europei, si è assistito all’introduzione di questa nozione, che ha avuto il risultato di creare di stati nazionali e quindi anche la contemporanea formazione di confini stabili tra di essi. Il tracciato di questi confini, con evidente importanza data da parte degli europei ai propri interessi, ha visto la spartizione di intere etnie che si trovarono così divise in due o più nuovi stati coloniali, appartenenti anche a potenze diverse.

Cause politiche

La politica africana, sotto il giogo coloniale non ha avuto tanto spazio per espandersi. I posti di comando erano preminentemente affidati agli europei, questi a loro volta cercavano di concedere il meno spazio possibile agli indigeni; se poi alcune concessioni dovevano essere effettuate, queste, il più delle volte, venivano date alle minoranze etniche, così da non creare una base sociale con numeri sufficienti adeguati, per attuare una rivolta armata atta a destabilizzare il governo della colonia.

Quando, nel secondo dopoguerra, si capì che la gestione coloniale non era più profittevole, sia per questioni economiche, sia politiche, la politica africana si trovò a dover gestire la nascita dei nuovi stati nazionali, derivati da quelli coloniali, senza avere mai avuto (nella maggior parte dei casi) né una preparazione, né una palestra dove provare l’amministrazione. In molti casi la nuova gestione politica venne presa dai capi appartenenti a partiti di lotta per la decolonizzazione, libertà che vene presa anche attraverso una lunga lotta armata; in questo caso l’unica via conosciuta era quindi quella della violenza, brutalità che venne mantenuta anche dopo l’indipendenza.

Una volta proclamata l’autonomia, il nuovo ceto politico si trovò a dover affrontare i primi problemi concernenti i confini, la scelta della lingua ufficiale, l’organizzazione statale. Ecco che, per mancanza di attitudine, per la rapidità di alcune decolonizzazioni, per il sorgere di movimenti interni di lotta separatista, per il sorgere dei primi contenziosi tra stati, la maggioranza delle nuove entità consolidò le già esistenti pratiche istituzioni e confini del vecchio ordinamento coloniale.

Cause sociali

La società africana è ancora ancorata all’idea di famiglia. Questa entità però è differente da quella europea odierna. Nel continente nero, la famiglia non comprende solo i parenti stretti, ma si allarga a tutti i nipoti e talvolta designa l’intera etnia. Questo forte legame, che in alcune zone comincia a vacillare, è il vero collante sociale, quello che rende possibile l’aiuto reciproco. La famiglia/etnia, però oltre i buoni risultati, porta con se anche un lato più oscuro; l’aiuto alla che è anche la base elettorale preferenziale, crea una forte dipendenza e cui l’eletto deve rendere riconoscenza.

È questa visione, che favorisce non l’intera comunità ma il più delle volte la famiglia di sangue o l’etnia, a scapito degli altri, che crea e amplifica una delle piaghe continentali, la corruzione.

In tutto questo discorso, però bisogna ricordare che, alcune società multinazionali hanno un fatturato che è maggiore del PIL di alcuni paesi africani; immaginatevi la forza contrattuale, dissuasiva, lobbistica che queste imprese riescono a effettuare. Riescono ad influenzare le decisioni di importanti democrazie ed economie, figuriamoci se ci troviamo in paesi poveri, con regimi corrotti e dispotici.

Nigeria e Repubblica Democratica del Congo, sono alcuni degli esempi più lampanti, del problema appena indicato. Nel loro sottosuolo sono presenti ingenti risorse, che però vengono svendute all’estero come nel caso del nord Kivu, oppure vengono vendute, ma il ricavato non viene distribuito in maniera omogenea presso la popolazione, questo è il caso del delta del Niger.

pbacco

Il giardino delle gemme

Recentemente è risalito agli occhi occidentali un conflitto che in realtà non è affatto nuovo, la guerra che si protrae nelle province orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Questo immenso paese africano (2.3 milioni di Km2), situato nell’area dei grandi laghi, è uno dei paesi più ricchi di materie prime, soprattutto nelle regioni orientali, quelle interessate dai conflitti odierni. Nel sottosuolo troviamo infatti oro, diamanti, coltan, materie prime molto importanti (se non indispensabili) per l’industria elettronica moderna.

Il recente inasprirsi della crisi, è l’ultimo fatto di un’instabilità che abbraccia tutta la regione fin dal 1994. Risaliamo infatti al fatidico anno che segnò amaramente le sorti del Rwanda, durante il quale si realizzò uno dei più efferati genocidi della storia, la guerra civile tra Hutu e Tutsi. Alla fine del conflitto le milizie Hutu si sono rifugiate nel vicino Zaire (oggi RDC), dove hanno goduto di una possibilità di manovra dovuta alla poca presenza statale congolese, ed una non curanza internazionale; si è creata una sorta di continuazione del conflitto interetnico su suolo straniero.

Non è mai stata una storia serena quella nel nord e sud Kivu; una vera pace non è mai arrivata. Nel 2008 il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) comandato da Laurent Nkunda, firma un trattato di pace con il governo, accordo a cui non partecipano Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) a maggioranza Hutu. L’ottobre dello stesso anno però la pace viene stralciata; è il periodo in cui avviene l’ultima grande crisi precedente ai fatti odierni.

Nel 2009 incominciano le prime defezioni dal CNDP, dove alcuni leader passano dalla parte governativa; in gennaio poi avviene la cattura, da parte delle forze congolesi e ruandesi, del comandante Nkunda. Così il 23 marzo 2009 il CNDP si scioglie definitivamente, confluendo nell’esercito regolare congolese (FARDC).

Nel 2012, alcuni pezzi dell’ex milizia, reclamando il non rispetto dei trattati, e fuoriescono ancora dall’esercito regolare, andando a formare l’odierno M23, acronimo di marzo 23, data che ricorda appunto il giorno della firma del trattato di pace.

Ma come è stato possibile che una milizia di 3.000 ribelli, abbia potuto sbaragliare un esercito con una presenza di circa 20.000 soldati nella regione del nord Kivu di cui 7.000 nella sola Goma, senza contare la presenza dei 17.000 soldati con mandato ONU appartenenti alla MONUSCO che sono impegnati al mantenimento della pace? Sicuramente possiamo affermare che l’esercito regolare è composto da militari malpagati, mal addestrati e mal riforniti, che alle prime schermaglie hanno preferito scappare. Sono gli stessi soldati regolari che alcune volte incentivano il traffico irregolare di metalli per “arrotondare lo stipendio”; sono i militari meno preparati ad essere spediti così lontano da Kinshasa, così da tenere più vicino i migliori in caso di problemi; sono soldati con una moltitudine di fanteria, che però non è supportata da mezzi blindati né aviazione, infatti l’unico supporto aereo è giunto da parte di velivoli MONUSCO. Ma questi aspetti non possono spiegare del tutto questo genere di resa. Infatti sarebbe sbagliato pensare a questi ribelli come a degli sprovveduti, fonti della missione ONU riferiscono di equipaggiamenti a visori ad infrarossi, segno che esiste un sostegno importante dietro le milizie.

Un recente report redatto da esperti delle Nazioni Unite accusano il vicino Rwanda ed Uganda di finanziare supportare i ribelli. Dopo l’uscita di questo rapporto l’Uganda ha minacciato in caso di prese di posizione ONU di ritirare il suo contingente (uno dei maggiori) dall’operazione in Somalia, una sorta di veto su future decisioni.

A complicare la situazione, è il territorio montagnoso dell’area ed un confine molto permeabile, sia in uscita che in entrata. La frontiera permette il passaggio di miliziani e rifornimenti verso l’est Congo, ed un passaggio inverso di materie prime che alimentano il commercio illegale di materie prime. Proprio questo traffico, alimenta una florida economia del vicino Rwanda, che legalizza il commercio dei minerali del vicino; ecco spiegato l’appoggio di Kigali alle milizie oltreconfine.

Una storia locale narra che, durante la creazione Dio camminava sulla terra, avendo tra le mani un sacchetto pieno di gemme preziose da spargere per il globo. Giunto nei pressi della regione dei grandi laghi inciampò, e tutto il contenuto del sacchetto si sparse su quella piccola area; ecco spiegato come mai in quella regione le pietre si raccolgono a manciate.

Sperando che il giardino delle gemme, possa diventare un giorno anche un giardino di pace; ma in questo caso entra in gioco il fattore della maledizione africana.

pbacco

Obama e l’Africa

Nei suoi quattro anni da presidente, Barak Obama ha cercato di attuare una diversa politica estera, su alcuni punti è in continuazione col suo predecessore, su altri invece ha attuato una diversa strategia; nello specifico cercheremo di analizzare quella verso l’Africa.

La politica verso il continente nero è stato una dei tre pilastri, in politica internazionale, di inizio mandato che il neo presidente cercò di delineare nei primi mesi di amministrazione. Insieme al discorso di Praga contro le armi nucleari, a quello al Cairo per tendere una mano ai musulmani, troviamo infatti il discorso di Accra sulla politica per l’Africa.

La scelta del Ghana non era di certo casuale, infatti il paese africano, nel 2009, usciva da una tornata elettorale. L’elezione pacifica che portò Atta Mills (ora morto) a spodestare il vecchio presidente, era frutto di un clima sereno esente da vizi procedurali, una rarità per i paesi dell’area. Scelto quindi come esempio, per gli altri stati africani, il discorso del primo presidente afro-americano svoltosi presso il parlamento di Accra, era incentrato su tre punti principali:

  • Il primo guardava principalmente ai politici africani, con la costruzione di istituzioni forti “occorre mettere fine alle pratiche antidemocratiche e alla corruzione, adottando le regole del buon governo, da cui dipende lo sviluppo, un ingrediente che è mancato per troppo tempo” “Aumenteremo il nostro sostegno agli individui e le istituzioni responsabili”.
  • Il secondo era diretto ai giovani a “gettare le fondamenta della libertà”. “Voi avete il potere di chiedere conto ai vostri leader di quanto fatto e di esigere che siano create istituzioni al servizio della gente”.
  • Il terzo era rivolta ad un uso di un’azione multilaterale nei singoli problemi “Quando c’è un genocidio in Darfur o ci sono terroristi in Somalia, questi non sono solo problemi africani, sono sfide per la sicurezza mondiale che richiedono una risposta mondiale”.

La risposta africana all’elezione di Barack Obama fu di festa; si ballava per le strade della Liberia, in Kenya fu dichiarato il suo insediamento un giorno festivo. Quando il neo presidente visitò il continente nel luglio 2009, le aspettative continuarono ad aumentare. Dopo il discorso sulla politica in Africa, consegnato in Ghana, generalmente ben accolto anche dai politici africani, molti africani presumevano che l’approccio di Obama verso Africa sarebbe cambiato rispetto i predecessori.

Questa, in linea teorica, la politica da seguire; ma purtroppo come al solito la routine quotidiana delle crisi internazionali portò l’Africa in second’ordine. Con i conflitti in corso in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria e Yemen, la zona euro alle prese con una crisi economica, il programma nucleare iraniano, e le transizioni profondamente instabili in tutto il Medio Oriente, l’amministrazione non ha avuto una grande possibilità su cui lavorare.

In effetti un diverso approccio, anche motivato da fattori economici, ha mutato alcuni atteggiamenti dell’amministrazione verso il continente. Ricordiamo un maggiore coinvolgimento degli attori africani per risolvere le crisi locali, un minore impiegno militare diretto. In quest’ottica vediamo l’importanza militare (Africom) per contrastare le infiltrazioni terroristiche nel corno d’Africa.

In questa ultima estate è stata dettata una nuova politica per l’Africa, con la sua enfasi sul commercio e la democrazia, coi quattro pilastri della strategia: “Gli Stati Uniti saranno partner di paesi dell’Africa sub-sahariana di perseguire i seguenti obiettivi interdipendenti e si rafforzano a vicenda: 1) rafforzare le istituzioni democratiche, 2) stimolare la crescita economica, il commercio e gli investimenti, 3) promuovere la pace e la sicurezza, e 4) promuovere opportunità e sviluppo “. Una politica non dissimile da quelle annunciate dai predecessori Clinton e Bush.

Seppur il segretario di stato Clinton, ha visitato quindici paesi in quattro viaggi distinti, il presidente Obama non è più ritornato in Africa dopo il viaggio del 2009.

Anche durante la campagna elettorale il tema africano è stato quasi tralasciato. Quando è stato citato, è sempre stato visto sotto la luce della politica interna. Ecco che quindi il Mali e Al Qaeda erano un problema di sicurezza nazionale; oltre il solito proposito dell’esportazione della democrazia, la questione centrale era energetica, per l’approvvigionamento di petrolio, ed economica i 100 mila posti di lavoro creati in un anno negli Stati Uniti grazie all’aumento dalle esportazioni verso l’Africa.

Seppur affievolita, però la propensione per un secondo mandato è ancora viva tra la popolazione africana, tra poche ore sapremo se questo giudizio è condiviso anche dagli elettori americani.

pbacco

Un presidente integro

Oggi ricorre il venticinquesimo anniversario di morte di Thomas Sankara; Il politico burkinabè, già citato nel blog, è uno dei pochi politici africani insieme a Mandela, Shenghor e Nierere ad essere ricordato come portatore di una politica africana sana, non succube di affarismo e corruzione.

A differenza degli altri politici citati, non è stato uno dei padri dell’indipendenza del proprio paese, ma comunque può essere considerato uno dei padri della sua patria il Burkina Faso, visto che durante la sua presidenza sono stati attuate molte modifiche. Il nome stesso del paese è stato cambiato, da Alto Volta, il nome preso al momento dell’indipendenza dalla Francia, è stato modificato in Burkina Faso, che nella lingua locale vuole dire paese degli uomini integri; sono cambiati la bandiera e l’inno nazionale.
La carriera politica del capitano Sankara, inizia il 4 agosto 1983 quando sale al potere dopo un colpo di stato; di orientamento marxista (e per questo gli è stato dato anche il soprannome di Che Guevara africano), era un convinto panafricanista, con un occhio di riguardo al movimento terzomondista.
Durante il breve periodo di potere, attuò ardite riforme per modernizzare lo stato e la società. I punti centrali di azione politica furono:

  • Un decentramento amministrativo
  • Riforma agraria, per creare un’autosufficienza alimentare
  • Promozione delle donne con una lotta all’infibulazione, ai matrimoni combinati, alla poligamia
  • Abolizione balzelli feudali
  • Costruzione di infrastrutture stradali e ferroviarie, nonché un primo piano idrico nazionale.

Un cambiamento anche nello stile, chiamato anche presidente nell’utilitaria, in quanto vendette la Mercedes per girare con una Renault 5, per non sembrare troppo distante dal popolo.

I suoi quattro anni di presidenza, sono ricordati però soprattutto per i suoi interventi nelle sedi internazionali; duri attacchi contro Banca Mondiale e FMI, che secondo il presidente erano più intenti a salvare gli investimenti occidentali rispetto al progresso dei paesi sottosviluppati.

“Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel…”

Quando, rivolgendosi ai suoi colleghi africani, pronunciò un’altra celebre frase dicendo, se non saremo uniti io il prossimo anno non sarò più qui, trovò il suo compimento; il 15 ottobre 1987, trovò la morte durante un colpo di stato attuato dal suo amico Blaise Campaoré, con mandanti occidentali e ramificazioni africane.

pbacco

La Cina in Africa: i media

Circa un anno fa abbiamo analizzato l’aumento di interesse della Cina verso l’Africa (basta che cercate nel menù argomenti per trovare il post). Ecco, ora un nuovo tassello di questo avanzamento è stato creato. Da gennaio del corrente anno, la China Central Television CCTV, società statale cinese operante nel settore televisivo (una Rai in salsa pechinese) ha aperto la prima sede estera fuori da Beijing; non per caso, la città designata è stata Nairobi. La capitale keniota è stata scelta come HUB per lo smistamento delle notizie verso il continente nero. Prima apertura di una serie di sedi, che ora contano venti stati africani; tra gli ultimi uffici di corrispondenza troviamo Città del Capo e Kigali. Una presenza significativa ed in rapida espansione, considerando che alcuni media occidentali, anche per via di problemi di bilancio, sono stati costretti a tagliare uffici esteri. Non ultimo, il caso della nostra televisione di stato, che ha fortemente ridimensionato alcune sedi estere.

La televisione statale cinese invece, andando controtendenza ha accresciuto il suo interesse per il continente nero, seguendo così l’economia e le direttive del paese/partito.
Da febbraio, va in onda quotidianamente dagli studi di Nairobi “Africa Live”, un programma che a detta dell’emittente vuole cambiare il modo di vedere l’Africa.

L’azione cinese però, non si esaurisce in questo campo. Importanti investimenti, sono stati impiegati per migliorare tecnicamente le infrastrutture di comunicazione intra-africane, sia con aggiornamenti infrastrutturali delle reti televisive locali, sia attraverso la cooperazione tra industria cinese in ambito della telefonia e l’industria africana di rete mobile. Troviamo così il progetto China African News Service tra Xinhua (l’agenzia di stampa ufficiale cinese) l’Huawei (industria cinese di apparecchi per telecomunicazioni) e Safaricom (operatore africano di rete mobile) per la diffusione di contenuti anche attraverso i telefonini, così da poter raggiungere più capillarmente la popolazione rurale, che non dispone quasi mai di apparecchi televisivi, ma è raggiunta dalla rete cellulare. In questo solco troviamo anche corsi di formazione per giornalisti africani; non a caso la sede keniota offre lavoro a circa sessanta persone, tra tecnici e giornalisti, ma si pensa che a regime raggiungerà anche i duecento addetti.

Lo scopo finale cinese è quello di introdurre la sua cultura e i suoi valori, mostrare una immagine favorevole attraverso i media per raggiungere gli obiettivi prefissati, riducendo l’uso della forza, per sviluppare relazioni con gli stati e espandere la sua influenza globale.
Il famoso soft power in contrapposizione con le potenze odierne, prima fra tutte la BBC oltre che Al Jazeera ed in maniera minore anche RFI e CNN.

CCTV News Africa Live

pbacco

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