Il medioevo oggi

Il medioevo, ritenuto sin dalle epoche successive un momento buio, un periodo medio, tra lo splendore dell’impero Romano e la magnificenza del rinascimento, ha invece caratteristiche differenti e tutt’altro che pessime.

Queste invenzioni o usanze sono tuttora presenti nella nostra cultura, alcune sono immutate, altre hanno subito un cambiamento; con questo breve post, ho cercato di creare un elenco.

Lo stendardo

Certamente non inventato in questo periodo, ne è però uno dei simboli. Che sia un simbolo araldico di una casa regnante, o come oggi una bandiera di uno stato nazionale, lo stendardo rappresenta ufficialmente un potere, sia esso politico o economico.

stendardo Gualtieri

A flag of McDonald's restaurant

Bandiera italiana

La via della seta

Importante via di comunicazione tra occidente ed oriente, questa via, o sarebbe meglio dire vie visto che sono un’unione di più tragitti, era la maggiore strada di comunicazione tra l’Europa e la Cina. Non solo smercio di beni, ma anche importante rete di trasmissione di saperi e tecniche. Ancora oggi presente, basti pensare che ormai la zona produttiva mondiale è in Asia, mentre il mercato di esportazione privilegiato è l’occidente. Altra similitudine è la partecipazione araba negli scambi; se prima erano i cammellieri arabi a trasportare le mercanzie, ora sono le compagnie aeree arabe a trasportare passeggeri tra i due continenti (con l’aggiunta dell’Australia, che prima non era conosciuta).

via della setaEmirates Airlines

Le fiere

Di primaria importanza erano, ma lo sono tuttora, le fiere annuali o itineranti; queste consentirono lo scambio di merci e servizi attraverso tutta l’Europa.

fiera medievale

fiera moderna

Le torri

Non solo esempio di abilità tecnico architettoniche, ma soprattutto esteriorità del potere economico.

Una vera e propria lotta delle famiglie più illustri (ora società economiche) ad avere la torre più alta, una sorta di scala verso il cielo.

San Gimignano
San Gimignano
Hong Kong
Hong Kong

La cattedrale

Simbolo del potere religioso e della straordinaria religiosità coeva, questa struttura ha perso la centralità nel mondo odierno. La stessa però viene soppiantata da altre cattedrali laiche, da cui provengono gli impulsi etici verso la società moderna.

cattedralewall street

La piazza

Centro del potere politico, religioso ed economico, questa invenzione tipicamente italiana ha perso la sua centralità, dovuta sia ad una maggiore decentralizzazione urbanistica, sia da un moltiplicarsi degli stessi poteri coinvolti. L’esempio moderno di piazza delocalizzata, sono i centri commerciali, gli antichi centri storici, però coperti riscaldati e raffrescati.

Cremona
Cremona

Immeubles de la Potsdamer Platz

L’incontro e scontro con l’Islam

Uno dei punti centrali del periodo analizzato, è l’incontro e scontro con l’islam. È vero che esisteva uno scontro anche con l’altra grande religione monoteista l’ebraismo, ma questo è andato migliorando negli ultimi decenni, soprattutto dopo le atrocità durante la seconda guerra mondiale, cosa che non è avvenuta con la religione islamica.

Una storia fatta da grandi avvicinamenti e furiose battaglie, da San Francesco alle crociate, dalle recenti aperture del papa agli attacchi terroristici.

Un rapporto conflittuale non del tutto sanato, seppur relegato ad un’area fondamentalista ristretta, che dopo gli attentati dell’11 settembre ha reso i rapporti sempre più tesi.

incontro Papa ImamSan Francesco e alkamil

1 -settembre

Crociate

Le peste

La peste, come quella del periodo preso in esempio non è più endemica, è presente solo in alcune zone degradate del pianeta, ma si conoscono le cause e le cure. In questo caso la categoria è l’esemplificazione delle malattie pandemiche che tuttora affliggono la terra. Non tanto diversa è stata la diffusione dell’influenza aviaria o della febbre suina.

peste

influenza aviaria

La tortura

Diffusissima forma di punizione per i crimini commessi, ma usata anche come metodo estorsivo di accuse, è stata contemporaneamente bandita da molti paesi, ma è ancora praticata, non solo da paesi dittatoriali ma anche da stati progrediti.

tortura

Abu Ghraib
Abu Ghraib

La magia

La credenza in fatti magici è un concetto che non ha cambiato di molto la sua penetrazione della società. La prova è il largo ricorso a maghi per la cura dei problemi sentimentali, lavorativi e di salute. I sedicenti stregoni moderni, non guariscono più dal la varicella (tanto per citare una malattia), ma dai tumori.

magia medioevowanna marchi

Ovviamente, l’elenco non rappresenta la totalità degli ambiti trattabili. Questo post vuole essere un esempio di articolo partecipativo, vogliate quindi consigliare l’aggiunta di nuovi argomenti contattandomi tramite email oppure postando un commento.

Post aggiornato al: 01/06/2013

Aggiunta del paragrafo “La magia” da pbacco

pbacco

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Africa mobile

Per un continente vastissimo e così vario come l’Africa, le comunicazioni sono sempre state un problema. L’avvento della telefonia non sembrava aver modificato questo trend, le poche linee fisse erano presenti quasi esclusivamente nelle grandi città. Caratterizzate da elevati costi fissi ed una qualità generalmente bassa, non erano certo la risposta che avrebbe cambiato la situazione.

Seppur ad oggi migliorate, in qualità e velocità, queste rimangono sempre limitate ad alcune zone. La vera rivoluzione è arrivata con l’avvento della telefonia mobile, in cui quest’anno celebriamo il quarantennale di invenzione. Molto più adatta a coprire le enormi distese di territorio, grazie anche ad un minore impiego di infrastrutture ed un minor fabbisogno energetico, questi minori costi di gestione che questa nuova tecnologia ha portato hanno cambiato per sempre il modo di chiamare, socializzare, nonché l’economia e la società dell’intero continente.

Con oltre 750 milioni di telefonini, l’Africa non rappresenta di certo il mercato più importante in fatto di numeri, rimanendo solo dietro l’Asia, ma mostrandosi l’area a livello mondiale dove il tasso di crescita è in costante aumento nonostante la crisi. Le previsioni dicono che fra tre anni i possessori di apparecchi mobili arriveranno già al miliardo di utenze.

La diminuzione del prezzo delle tariffe, dovuta anche ad una maggiore concorrenza, il minor costo degli apparecchi e il miglioramento del reddito delle persone hanno dato il via a quella che viene chiamata mobile revolution.

Si sono velocizzate le comunicazioni tra persone e la diffusione di informazioni, in un’Africa sempre più cittadina, dove però la maggior parte della popolazione abita ancora in ambito rurale, le comunicazioni tra famigliari lontani è migliorata. Le notizie, anche grazie ad internet sul cellulare sono alla portata di un pubblico maggiore. Decisivo sviluppo anche in ambito sanitario, dove grazie ad internet mobile ora è possibile inviare esami dai luoghi più lontani presso il centro specializzato più vicino, oppure chiedere un consiglio medico a distanza.

Sono nati nuovi lavori, con oltre 3,5 milioni di addetti diretti, la telefonia mobile è anche un importante mercato del lavoro, se aggiungiamo le persone dell’indotto tra cui rivenditori e sviluppatori il numero sale ulteriormente. Un micro mercato viene formato anche dai rivenditori di ricariche che appostandosi agli incroci rivendono le tessere agli automobilisti. Nuove possibilità di sviluppo, in uno dei continenti più giovani del pianeta, è data dalla creazione di nuovi contenuti per cellulari ed internet. Importanti centri tecnologici, delle piccole silicon valley africane, sono sorte o stanno sorgendo presso le più importanti città, per esempio iHub e Nailab in Kenya.

Un mondo di app

Sotto questa voce non troviamo solo il famoso pagamento via SMS (mobile payment), cioè la possibilità di spostare piccole somme di denaro da una sim all’altra attraverso un semplice messaggio senza passare dalla rete bancaria. Troviamo anche la possibilità di ricevere messaggi che indicano ai contadini le quotazioni delle sementi nei mercati vicini, passando per lo sviluppo di vere applicazioni per i modelli di ultima generazione, come prodotti per la conversazione o per esempio iCow, applicazione sviluppata per aiutare gli allevatori a monitorare le mucche.

Grandi società straniere

Importanti società straniere, fiutato l’affare si sono buttate su questo mercato molto promettente.

Tra le più importanti società operanti nel continente troviamo Vodafone, la più importante multinazionale del settore. Ha acquistato la maggioranza dell’operatore Vodacom, operante in Sud Africa, Mozambico, Lesoto, RDC, Tanzania; possiede anche partecipazioni in Ghana, Egitto, Kenya.

Orange, del gruppo France Telecom, ha importanti partecipazioni soprattutto nell’Africa occidentale.

Il gruppo Bharti Airtel, compagnia indiana, che nel 2010 ha acquistato per $9 billion dalla società Kuwaitiana Zain le sue operazioni in Africa. Ora opera direttamente in Burkina Faso, Chad, Egitto, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Ghana, Kenya, Madagascar, Malawi, Niger, Nigeria, Repubblica del Congo, Sierra Leone, Seychelles, Tanzania, Uganda, Suda, Sud Africa.

Non sono solo le più importanti società di telecomunicazioni, ma anche le industrie produttrici di apparecchi sono attente al mercato africano e, diversamente da quello che si pensa, i dominatori sono gli asiatici, e non gli occidentali.

Importante mercato per le industrie cinesi, Huawei ha lanciato nuovo modello di smartphone appositamente creato per il mercato del Continente Nero 4Africa, il continente rappresenta il 13% del fatturato. Oppure Yolo, assemblato in Cina venduto da Intel in Kenya.

Società africane

Numerose rimangono gli operatori indigeni, togliendo quelli statali, troviamo importanti società che si sono sviluppate anche all’estero, tra le altre la sud africana MTN. Da sottolineare che l’odierna Airtel, prima ancora che essere Zain era Celtel una società fondata da un sudanese.

Da non sottovalutare i primi esperimenti di apparecchi prodotti direttamente nel continente, la società VmK (Vou Mou Ka) “svegliati”, stessa impresa che ha prodotto il primo tablet africano, ha messo in commercio Elika, il primo smartphone africano.

pbacco

 

Immaginario africano

Alla fine dei conti dobbiamo riconoscere i nostri limiti, la nostra visione dell’Africa è ancora sublimata da un’aurea post-coloniale paternalistica. I miti acquisiti durante lo studio del continente, soprattutto quelli effettuati durante il diciannovesimo secolo, hanno plasmato gli stereotipi che tuttora continuano a caratterizzare la visione che noi occidentali abbiamo del continente.

Nella nostra visione c’è la volontà, alcune volte inconscia, a voler vedere l’Africa come un continente fermo nella sua struttura sociale, immobile nei cambiamenti economici. Sicuramente sotto alcuni aspetti, la cultura rurale è ancora ancorata a tradizioni ancestrali, ma dobbiamo considerare che proprio il nostro coinvolgimento nelle faccende africane, a volte, ha creato queste distorsioni, o comunque ne ha rallentato se non bloccato lo sviluppo. Come già detto, la prima vera ferita del colonialismo, ancora prima che il problema economico, è la fossilizzazione culturale che ha generato nei popoli sottomessi. La cristallizzazione delle strutture già esistenti, era uno dei punti chiave delle amministrazioni coloniali. Essendo sempre stato minoranza, il ceto dirigente proveniente dall’Europa, cercava di bloccare i cambiamenti e, quando concedeva una delega del potere politico o economico, cercava sempre di consegnarlo alle minoranze presenti nel territorio, così da non creare una elitè locale mai numerosa. Questo stratagemma serviva a non formare una massa di persone capace di ribellarsi ai colonizzatori, una riedizione contemporanea della vecchia regola romana “divide et impera”.

Per tornare al tema principale, la nostra visione ed azione nel continente ha sempre avuto, tranne piccole eccezioni, una visione paternalistica degli aiuti; l’equazione è uomo bianco persona buona e ricca che porta la civilizzazione al nero cattivo povero e rozzo. Quasi mai si parla dei problemi con le popolazioni locali, il più delle volte i progetti umanitari vengono pensati da occidentali in occidente, senza tenere conto degli africani e dell’Africa. Detto questo, esistono buone prassi ormai consolidate anche da parte di organizzazioni occidentali, senza dimenticare che questo problema è ricorrente anche nei recenti aiuti da parte di paesi non occidentali.

Ma la visione mistica, non si esaurisce solo a livello politico o economico; esiste un immaginario africano anche da parte dei turisti. Sono due i modelli di visitatore tipo: troviamo così il turista relax che ricerca una vacanza a basso costo, dall’altra parte il mistico chi è in ricerca della “vera Africa”.

Avete provato ad osservare il risultato di questi due tipi di persone? Troverete una somiglianza, il primo tipo scatterà foto solo durante i safari, escludendo il più delle volte le altre realtà, perché di non interesse; il secondo fotograferà solo paesaggi ritenuti africani, scartando le realtà considerate non autentiche. Una visione completa della società africana, è quindi esclusa a tutte e due le tipologie.

L’esempio più calzante sono le foto fatte durante la visita ai villaggi. Perché, se nel primo caso non avviene neanche il contatto con questa realtà, nel secondo si può notare che, si tende a non fotografare i pezzi di plastica sparsi tra le capanne, come se la plastica non facesse parte dell’odierno paesaggio africano. Come nel resto del mondo, anche nel più sperduto villaggio africano è arrivata la plastica, sotto forma di taniche, recipienti di vario genere e l’immancabile sacchetto che sta letteralmente invadendo, ed inquinando, il paesaggio.

Questa è l’Africa, coi suoi mutamenti e tradizioni, è che ci piaccia o no un insieme molteplice e complicato di culture e inciviltà, problemi e soluzioni, bellezza e degrado, l’amore più alto e le barbarie più atroci; il tutto è inscindibilmente unito e la visione di una sola parte non rappresenta la totalità, cioè quella il più delle volte rappresentata negli stereotipi culturali.

pbacco

 

Altro che i Mario, i Giorgio ci salveranno

Quest’estate ci fu un simpatico siparietto, concomitante con gli europei di calcio, in cui il trio Mario, Monti al governo, Draghi alla BCE e Balotelli nella nazionale di calcio, veniva detto che avrebbero salvato l’Italia. Qualcuno, in tono scherzoso, si è azzardato ad aggiungere un altro Mario, il famoso Super Mario Bross, il protagonista (dai lineamenti italiani) di uno dei videogiochi più famosi al mondo. Devo ammettere che ad un certo punto avrei voluto scrivere anch’io di questa strana coincidenza, ma ancora più strana è quella che si è avverata ora.

Con l’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergolio, si è entrati in un’altra era; l’unione tra Mario e Giorgio, e qui si può azzardare, come da titol, che saranno i Giorgio a salvarci. Evidentemente l’altro nome famoso è riferito al presidente della Repubblica Napolitano, Senza il suo importante settennato, con la sua statura istituzionale, le doti di mediazione, non oso pensare a che punto saremmo arrivati.

Due uomini culturalmente diversi, ma con caratteristiche simili. Uno è al completamento del suo mandato, l’altro è all’inizio del pontificato, tutti e due sono alle prese con una crisi a cui sono chiamati di dare una soluzione. Fedeltà alle istituzioni presiedute, integrità morale e semplicità nello svolgere le funzioni affidatogli, sono un tratto comune.

Il nuovo papa è figlio di piemontesi emigrati in Argentina, l’ex cardinale di Buenos Aires è una perfetta unione della cultura europea e del dinamismo del continente sud americano, il più cattolico tra i continenti, uno dei luoghi economici emergenti, una chiesa giovane ed entusiasmante.

Non è il primo papa non europeo, essendoci stati successori di Pietro provenienti dal vicino oriente e dall’Africa; è certamente il primo Santo Padre sud americano, il primo gesuita nominato vescovo di Roma, il primo pontefice a prendere il nome Francesco.

Ecco, se il nome del pontefice può aiutare a scoprirne l’orientamento politico/religioso, tal nome non può essere più impegnativo. San Francesco figlio di mercanti ad Assisi, e fondatore di uno dei più importanti ordini monastici nella storia della chiesa, è il simbolo dell’umiltà ed aiuto ai poveri, fulgido segno di mediazione intra-religiosa (basta ricordare il suo viaggio verso il sultanato). Un cammino pastorale incentrato sui valori dell’umiltà, del dialogo, della dignità della persona e del senso di comunità e di fratellanza.

Insomma ritorno ad una chiesa più vicina alla società ed ai fedeli, in questo sono di testimonianza le parole dopo l’elezione: Il vescovo e i fedeli, non più il papa che comanda dall’alto ma una unione fraterna; pregate per me, e non più solo la benedizione unidirezionale, ma un’unione nella stessa chiesa.

Alcuni storici affermano che, con la sua regola e testimonianza di vita, San Francesco abbia salvato la chiesa durante uno dei periodi difficili; ora papa Francesco I ha lo stesso compito, la riforma e reindirizzo per riaffermare la forza propulsiva della chiesa di Roma.

Oltre i soliti problemi, già citati, ritengo che bisognerebbe modificare la prassi che vede la Chiesa che non ha mai fretta, e giudica secondo i tempi delle lunghe durate. Questo metodo è stato alla base delle azioni attuate fino ad oggi; in effetti cercare l’azione momentanea a discapito del lungo periodo può recare alcuni danni permanenti, questo però non deve mascherare il cambiamento del tempo contemporaneo, in cui tutto è più veloce e la staticità può causare egualmente danni.

Se i Mario ci hanno messo sulla giusta strada, di certo non ci hanno portato alla vittoria; infatti siamo solo vice campioni europei, mentre la crisi economica di certo non è migliorata.

Non ci resta che sperare nei Giorgio.

pbacco

Una donna in Africa

Per non continuare con le solite celebrazioni asettiche di ogni ricorrenza, in special modo con le ovvietà che attorniano questa data, vorrei ricordare la celebrazione della giornata mondiale della donna di quest’anno raccontando la vita di una persona. Un esempio, una vita come tante altre donne che, con il loro lavoro, lo studio e l’amore cercano di migliorare il mondo partendo dal piccolo, il più delle volte nel totale disinteresse e silenzio; una testimonianza che vale più di mille parole.

Annalena Tonelli nasce a Forlì nel 1943, studia giurisprudenza, ma poi si dedica alla medicina dove consegue certificati e diplomi per la lotta contro la tubercolosi. Diviene tanto specializzata che, il suo metodo è oggi usato dall’OMS come procedura per il trattamento della malattia.

La prima esperienza è nella sua città natale dove aiuta i poveri, poi decide di recarsi in Africa. La prima tappa nel continente è nel nord del Kenya, per poi finire la sua esperienza in Somalia più precisamente nel Somaliland, l’auto proclamato stato nel nord-ovest del paese africano. Qui, in uno sperduto villaggio chiamato Borama, gestisce un centro sanitario per la cura della TBC, dell’HIV e dove gestisce un programma contro le mutilazioni genitali femminili.

Ogni giorno lotta contro le malattie fisiche, ogni giorno deve confrontarsi con una cultura diversa ed alcune volte ostile, ogni giorno vive le difficoltà materiali del popolo che cerca di aiutare.

Non protetta, per volere personale, da nessuna congregazione religiosa, né ONG, né organismo internazionale continua comunque il suo lavoro; rifiuta ogni premio o onoreficenza attribuitale. Unico riconoscimento che accetta è il premio Nansen, per l’assistenza ai profughi.

Uccisa il 5 ottobre 2003, nell’ospedale da lei stessa fondato, per mano di un gruppo fanatico relegioso.

“In tutta la vita non c’è cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi.”

Annalena Tonelli

pbacco

Le elezioni e il paese

Le elezioni, intese come tutta la procedura burocratica (campagna elettorale e sistema di voto), non sono un mero esercizio tecnico, ma raccolgono tutta la cultura di un popolo. I diversi modi di proporre una campagna elettorale, i programmi, i differenti giorni del voto e la burocrazia che si cela dietro quel semplice, ma rivoluzionario, gesto raccontano un’intera nazione.

Tra pochi giorni anche in Italia si svolgeranno le elezioni legislative, per eleggere, ma sarebbe meglio dire nominare, i futuri rappresentanti dei cittadini al parlamento. Questa campagna elettorale, durata la bellezza di due mesi, giunge dopo un periodo di abdicazione della politica dal ruolo affidatole. Senza una possibilità di autoriforma, sempre più aggrovigliata in lotte interne, la politica, rappresentata nella sua peggiore faccia in un super partitismo, ha perso di vista il paese, non riuscendo ad effettuare le scelte giuste (ma alcune volte neanche una scelta) per governare la nazione.

Ogni regime, che sia democratico o dittatoriale, ha ed avrà una sua consistenza politica se: nel primo caso avrà la metà più uno di votanti, nel secondo caso una maggioranza accodiscendente o una minoranza potentissima.

Ma guardiamo in faccia la realtà, come disse Giolitti solo un terzo dei rappresentanti è migliore della società, un terzo è uguale ad essa ed un terzo è peggiore dei rappresentati. Alla fine dei conti, chi è giunto alle cariche pubbliche non è stato sbalzato li da una forza esterna, ma da un voto degli italiani. Come già detto, questo non vale per gli ultimi (e i prossimi) eletti nel parlamento, ma se guardiamo ai precedenti e alle elezioni amministrative i risultati non sono migliori. Per via della conformazione sociale, storica ed economica, troviamo un paese invecchiato e sfiduciato, incattivito e smemorato; certo l’Italia non è tutta così, ma alla base c’è questo, altrimenti gli avvenimenti accaduti non sarebbero spiegabili.

Come scrisse Leopardi, se una legge non è supportata da una cultura condivisa, è come se non esistesse, perché sarebbe vista come estranea ed aggirata in tutti i modi. Per tornare all’argomento, bisogna riconoscere che per cambiare i governanti come prima cosa dobbiamo cambiare noi.

pbacco

L’abdicazione

Molto è stato scritto, e molto di più verrà ancora scritto, riguardo la rinuncia di papa Benedetto XVI.

Una cosa certamente assodata è che ci troviamo di fronte ad un evento epocale, il primo nell’arco di quasi duemila anni. Sì, sono esistiti eventi simili, ma le modalità e la motivazione erano completamente differenti.

Ho notato un certo smarrimento più tra i laici che tra i fedeli, una tesi complottistica che cerca il surreale, domande di giornalisti che rasentano l’idiozia.

Semplicemente bisogna vedere questo avvenimento come un’abdicazione reale, essendo il pontefice uno degli ultimi sovrani assoluti. I regnanti cessano la loro funzione solamente in due casi, che troviamo anche in questo parallelismo:

  1. caso fisico, morte corporale o impossibilità fisica nel mantenimento delle funzioni
  2. caso politico, sconfitta in guerra o avvicendamento per questioni interne alla casa regnante

Certamente i problemi interni alla chiesa (tuttora presenti ed irrisolti) hanno influenzato la decisione, nel senso che hanno minato una situazione fisica già influenzata dalla vecchiaia, ma personalmente sono più propenso a pensare che la causa principale sia la prima.

Guardando la questione, sempre sotto la lente politica, è facile supporre che dopo il 28 febbraio alle ore 20, il santo padre cesserà le sue funzioni politiche, verranno distrutti i sigilli pontifici (l’anello), cadrà il governo vaticano (congregazioni), si instaurerà un interregno in attesa dell’elezione del nuovo successore. Unica differenza rispetto gli altri avvicendamenti è che la morte del papa non sarà fisica ma solo giuridica. Quindi il cardinal Ratzinger ritornando un semplice cristiano, non avrà più i poteri regnanti.

Diversa la questione teologica, essendo il papato la somma del potere politico e religioso; certamente questo episodio creerà una nuova figura insolita nella chiesa romana, quella del papa emerito. Non credo comunque che si verrà a creare un reale dualismo, questo per tre motivi:

  • La figura morale dell’odierno papa è altissima, devoto servitore della chiesa non cercherà una divisione che ne indebolirebbe la struttura.
  • Il vero indirizzo morale e politico, è già stato delineato, sia durante le ultime decisioni personali, sia durante le nomine dei nuovi cardinali elettori. Avendo scelto la maggior parte di questi, il sommo pontenfice ha delineato, oltre che la nomina, anche l’indirizzo politico del prossimo papato.
  • Una reale volontà in un ritiro di studio, lasciando il potere politico ad altri.

 Ricordiamo che questo papa prima che pastore era (ed è) un teologo, certamente ha dovuto adattare la sua indole alla nuova attività, favorendo uno stile più paterno rispetto a quello del professore. Non dimentichiamo che, entrato come un solido conservatore sul soglio pontificio, lo stesso ha effettuato alcune rivoluzioni impensabili al momento della sua nomina a successore di Pietro. Visto come puro studioso, bisogna riconoscergli una forza realista di fronte alle questioni tra fede e ragione, riguardo il problema della crisi di fede in Europa, il rapporto tra cristianesimo e islam e tra le varie anime del cristianesimo (il rapporto con i protestanti). Ancora più importante è la questione economica; il suo regno si è svolto durante la peggiore crisi dell’ultimo cinquantennio, il suo messaggio per una revisione del sistema economico, soprattutto quello finanziario, è stato forte e deciso. Riguardo la questione economica bisogna ricordare il tentativo di riforma della banca vaticana dello IOR, seppur non del tutto completata. Forte è stato il suo monito contro il carrierificio di alcuni prelati verso cariche di potere. Innovativo l’uso di nuove tecnologie per comunicare ed evangelizzare, vedi Twitter.

Un’enorme differenza tra la fine del suo pontificato e quello di Giovanni Paolo II. Uno è rimasto papa fino al momento ultimo di vita, con un importante periodo di malattia invalidante portato a testimonianza; l’altro invece lascia perché sente che non riesce più a reggere le fatiche del papato, e per non indebolire la chiesa romana sceglie la successione.

Non è mai facile subentrare in una carica, soprattutto considerando il carisma ed il lungo regno del predecessore, i ventisette anni di un papato di Wojtyla.

Aperta la corsa per la successione, nella lista dei papabili sono dati per favoriti anche due africani. Che il prossimo successore di Pietro sia africano avrei qualche dubbio, non fosse altro perché il detto recita: “chi entra papa in conclave esce cardinale”; certamente il futuro numerico della chiesa è nel sud America e l’Africa, che però sono ancora sotto rappresentati nel conclave.

pbacco

Di Mali in peggio

Con la risoluzione 2085 del 12 dicembre, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, veniva ufficializzava la creazione di MISMA, la forza a prevalenza africana che avrebbe dovuto essere dispiegata sul suolo maliano in aiuto, tecnologico, logistico, di intelligence, formativo, all’esercito del paese africano.

La suddetta missione però, era ancora in via di formazione, e si prevedeva la messa in funzione all’incirca nel mese di febbraio/marzo. Assieme alla parte diplomatica coi colloqui di pace, indetti presso Ouagadougou tra Bamako, le MNLA et Ansar Dine, la forza militare doveva essere la parte operativa della strategia dei paesi ECOWAS per rimettere ordine nel paese.

Il recente intervento francese, è avvenuto in risposta all’appello del presidente ad interim maliano Dioncounda Traoré. Fino a oggi la Francia aveva assicurato il suo sostegno al governo di Traoré esclusivamente dal punto di vista umanitario. Come recentemente fatto per gli accadimenti in Repubblica Centroafricana, dove l’appello ad un intervento diretto francese era stato richiesto dal presidente Boizizé. In quell’occasione però, la risposta di Hollande era stata il diniego, formalizzato in una diversa stagione di non più intervento militare diretto in Africa.

La differente reazione, è dovuta al cambiamento di forze in campo accorso in questa crisi. Quando il 10 gennaio, il gruppo fondamentalista Ansar Eddine, ha annunciato di aver conquistato il villaggio di Konna, preparando l’avanzata verso l’aeroporto di Sévaré; essendo la cittadina e soprattutto l’aeroporto, due punti nevralgici come basi d’appoggio e rifornimento per una eventuale offensiva al nord, nonché importante crocevia per raggiungere il sud e la capitale Bamako da parte delle milizie, la reazione militare era ormai l’unica razio.

Militari francesi, facenti parte delle truppe di intervento rapido presenti già sul suolo africano, sono partiti dalle basi in Costa d’Avorio e Ciad per arrivare all’aeroporto di Bamako e successivamente dividersi in due gruppi. Un primo gruppo formato da duecento militari è a presidio della capitale nonché degli interessi francesi presenti nella città, un secondo gruppo è partito per Konna importante cittadina di confine con il nord.

Aiuto logistico alle forze militari francesi è giunto da parte della Gran Bretagna, sotto il tacito accordo degli Stati Uniti che non vogliono la nascita di una base da parte degli islamisti Al-Qaïda au Maghreb islamique (Aqmi).

Già alcuni paesi della comunità dell’Africa occidentale, hanno espresso la loro disponibilità ad inviare contingenti;nello specifico Burkina Faso, Niger e Senegal 500 uomini, Nigeria 600 uomini.

Come già accennato la zona nord del Mali è divenuto uno strategico crocevia del traffico di droga e di esseri umani, nonché una zona in cui armi e miliziani hanno una libertà di azione.

La vera sfida, e preoccupazione, è la paura di un effetto domino, che porti instabilità a tutta la regione.

Africa 2013

Eccoci giunti nel nuovo anno, con nuovi propositi ed aspettative migliori, soprattutto per l’economia sono attesi in Europa ed America; ma quali sfide si appresta ad affrontare il continente Africano in questi dodici mesi?

Sul piano economico ci sono aspettative di crescita, in generale si osserva un miglioramento della ricchezza del continente, un aumento della classe media, il sorgere di nuove frontiere economiche, sviluppo di nuove attività. Purtroppo come spesso accade, questi miglioramenti sono a godimento di una ristretta minoranza di persone, ma è pur sempre un miglioramento. Nella classifica previsionale su base mondiale, dei paesi che in quest’anno vedranno un aumento significativo del PIL, troviamo anche paesi africani, tra i quali Mozambico e Libia. Queste due nazioni seppur diversi per storia e cultura hanno aspetti comuni; usciti da una guerra civile (seppur in anni diversi) stanno lentamente ricreando la loro economia, sopportati anche da importanti risorse energetiche.

Se guardiamo invece all’aspetto politico ed ai conflitti, osserviamo che la nuova annata trova in dote i soliti punti critici che accompagnano il continente da decenni, con l’aggiunta di nuove crisi o sarebbe meglio dire di rinnovato pericolo.

Somalia

Ormai in preda da una guerra che dura da vent’anni, acuita negli ultimi sette anni, questo paese ormai diviso, vede il conflitto tra il debole governo centrale e le milizie al-Shabaab. Nell’ultimo anno però, grazie anche all’intervento militare keniota (oltre a quello ugandese), importanti roccaforti (vedi il porto di Kisimaio) sono ritornati sotto il controllo governativo; le milizie fondamentaliste sembrano per ora in ritirata, ma questo non implica la loro definitiva sconfitta.

Nigeria

In continua espansione, sono le azioni terroristiche del gruppo fondamentalista Boko Haram, che nel nord del paese cerca di creare uno stato islamico con alla base la sharia come legge fondamentale. Sembra placarsi invece la questione inerente al delta del Niger, dove è stato raggiunto una sorta di pace tra governo ed MEND.

Repubblica Democratica del Congo

Si è acuita la situazione nelle province orientali dello stato (Nord e Sud Kivu). Seppur in ritirata da Goma, ora sotto controllo misto MONUSCO-militari congolesi-M23, il processo di pace instaurato tra M23 e governo non ha portato ancora ad una soluzione.

Mali

La situazione è ancora altamente confusionaria, tra pochi giorni dovrebbe iniziare una trattativa tra gruppi separatisti e governo presso la capitale del Burkina Faso.

Milizie AZAWAD si sono scontrate con le milizie islamiche, e con le milizie locali di autoprotezione. Sul piano politico il nuovo governo cerca una mediazione, avendo alle spalle il capitano Sanogo, che ha fatto destituire il precedente primo ministro.

La risoluzione ONU ha autorizzato una missione di pace per portare un aiuto militare all’esercito maliano, sono ancora da definire i contingenti e i rapporti con il governo centrale, non del tutto incline ad ospitare forze straniere.

Repubblica Centroafricana

Di recente inizio una ribellione Seleka (alleanza) contro Boizize, criticato per non aver rispettato gli accordi di pace precedentemente sottoscritti. Le milizie Seleka sono arrivate fino ad una 50 di Km da Bangui, per poi arrestarsi anche per via del rafforzamento governativo attraverso truppe ciadiane. Le recenti aperture del presidente ai negoziati verso i rivoltosi, però non hanno portato ancora ad una soluzione del conflitto.

Guinea Bissau

In preda ad elevata instabilità politica, con frequenti colpi di stato, la ex colonia portoghese si può definire un narco-stato. Sfruttato, come base di appoggio dai contrabbandieri che percorrono la rotta America- Europa, visto la poca e debole presenza statale.

Costa d’Avorio

Lentamente il paese è uscito dalla guerra civile combattuta, ma non riesce ancora a trovare una pace effettiva, l’opposizione (ex fedeli Gbagbo) non riconosce ancora l’autorità politica del presidente eletto Ouattara.

Sudan-Sud Sudan

In pace precaria, seppur con qualche scaramuccia militare e varie ritorsioni economiche, emergono sempre più limpidamente i limiti riscontrati al momento della proclamazione di indipendenza; uno stato ancora volatile, corruzione, confini non definiti, problemi con l’ex capitale.

Kenya

In marzo si terranno le elezioni per scegliere il prossimo presidente della repubblica, dopo i fatti conseguenti le precedenti elezioni del 2007. Gli occhi sono puntati su questo paese, che precedentemente era visto come uno dei migliori esempi di democrazia, purtroppo ora ha mostrato tutte le sue più complicate viscere, con un elevato grado di contrasto etnico ed una disparità economica sempre maggiore.

Zimbabwe

Anche nell’ex colonia britannica, si terranno le elezioni presidenziali in marzo; il padre padrone Mugabe sfida l’arci nemico Tsvangirai, sperando di non assistere agli avvenimenti delle precedenti elezioni, con uno stallo dovuto al non riconoscimento reciproco tra gli sfidanti e l’accusa di brogli.

Nordafrica

Ancora scosso dai fremiti delle primavere arabe, i paesi del maghreb, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile.

pbacco

La fine del mondo, ma per altri motivi

Ovviamente il precedente post era puramente goliardico, per sfatare questo falso mito e prendere in giro le due trasmissioni citate. Ecco qiundi, a fatto superato, un’analisi più accurata.

Alle 00:00 di venerdì 21 dicembre, secondo il calendario Maya, si è concluso un’era di 5200 anni e se ne è iniziata un’altra, un’era di pace, riconciliazione, opportunità, parole che si riscontrano con frequenza nei discorsi delle guide spirituali native ascoltati nell’arco dell’anno. “Termina il 13 Baktun, l’era del materialismo…Porterà molte conoscenze, materiali e spirituali, cambiamenti di vita; la nuova generazione sarà di spiritualità. Non è la fine del mondo: all’allineamento perfetto dei pianeti seguiranno giorni di oscurità che colpiranno la galassia. E’ un cambiamento, per tutti gli esseri umani, per la società, la politica, l’economia, la religione. Verranno 25.000 anni di pace” ha detto, tra gli altri, il sacerdote indigeno guatemalteco Manuel Sesam.

L’idea che le culture preispaniche avevano del tempo, inteso come processo ciclico di fronte alla concezione lineare che impera oggi, è ritenuta da più di un esperto la chiave per comprendere la “Profezia dei Maya” e capire il perché sia stata male interpretata. “Nel tempo occidentale partiamo da una data, ad esempio la nascita di Cristo, e in modo del tutto lineare proseguiamo verso il futuro. Nel mondo indigeno preispanico mesoamericano si contavano invece dei cicli al termine del quali si cancellava tutto e si cominciava a contare di nuovo” ha detto Patrick Johansson, docente all’Istituto di indagini storiche dell’Università nazionale autonoma del Messico (Unam).

Senza contare che il calendario citato, è uno dei tanti calendari che i Maya usavano per determinare il tempo religioso.

La Profezia Maya, che situa fra il 21 e il 23 dicembre 2012 la fine del mondo è derivata dalla lettura sbagliata di un geroglifico rinvenuto sul Monumento de Tortuguero, nello Stato di Tabasco, nel sud-est del Messico. A detta di Johansson, nell’iscrizione si legge che il 13 Baktun finirà nei giorni indicati, “ma nessuno dei popoli mesoamericani vaticinò la fine del mondo”. “Condividevano questa paura – ha spiegato Johansson – una sensazione universale, ed ebbero la capacità di incanalarla con la creazione dei ‘nemontemi’ o ‘giorni vuoti’: ogni anno, cinque giorni di caos prima di tornare al normale computo dei giorni permetteva di drenare tutta l’angoscia che gli uomini provano da tempo immemore”.

Insomma qualche speculatore, ha pensato bene di cavalcare la lunga onda di paura, e curiosità, per vendere qualche libro e produrre ore e ore di trasmissioni sul nulla.

Importante invece, è capire il perché di questo bisogno umano, che non appartiene solo alla nostra epoca, pensate la grande paura dell’anno mille; certo con la diffusione dell’informazione di massa questi messaggi hanno potuto meglio propagarsi, così troviamo la profezia dell’anno duemila e quella sui Maya.

L’uomo, cerca di conoscere tutto quello che lo circonda, sperando di poter domare tutto il conosciuto, ma si trova davanti ad alcune domande a cui non riesce a rispondere.

Altresì l’uomo, continuando a guardare a fantomatiche profezie, non riesce a capire che la vera fine del mondo la sta creando lui stesso ogni giorno.  Consumando territorio, flora e fauna e producendo gas al di sopra delle possibilità di rigenerazione che il globo ha; producendo carestie e costruendo arrmi di distruzione di massa.

Vignetta fine del mondo Maya

pbacco

Per la parte concernente la spiegazione scientifica mi sono rifatto a misna.org