Oltre la barca c’è di più

Prosegue, con questo secondo post, la serie di collaborazioni tra il blog ed altre personalità; oggi con l’aiuto, anche grammaticale, di un’amica parleremo dell’immigrazione.

Il tutto parte dalla visione del film “Come un uomo sulla terra”, pellicola del 2008 con regia africana. Per fare un piccolo riassunto, si può dire che il lungometraggio tratta le storie e disavventure che gli immigrati africani (in questo caso eritrei ed etiopi) sopportano per raggiungere l’Europa. È uno scoprire cosa c’è dietro la semplice foto, o servizio del telegiornale, riguardo le carrette del mare che trasportano centinaia di migranti sulle coste italiane. Il background del viaggio, dei sogni, delle sofferenze che uomini e donne attraversano per cercare altro, che il più delle volte è solo una migliore situazione economica, una migliore situazione ambientale.

Partiamo con l’analizzare il titolo del film: ci indica che le aspettative, i sogni, i bisogni sono unici sulla terra e comprendono tutto il genere umano indistintamente.

Una delle prime scene è il monologo del protagonista che parla della sua vita: laureato in giurisprudenza ha dovuto lasciare il suo paese per via della guerra tra Etiopia ed Eritrea. Analogamente ad altre storie, i fattori guerra e carestia sono uno dei principali motori di emigrazione. Una frase molto importante, detta dal nostro accompagnatore, è quella secondo cui non ha scelto di emigrare ma è stato costretto. Questa massa di persone si sposta, il più delle volte, per fattori esterni alla loro volontà. Per intenderci, se potessero, rimarrebbero volentieri nei paesi d’origine. Sono fattori esterni, molto più grandi. Problemi che, una singola persona, una comunità, una tribù, non riescono a controllare; alcune volte sono meccanismi persino più grandi di uno stato.

Analizzato il perché della partenza, spieghiamo il viaggio. Tramite intermediari, si crea un gruppo di persone, di solito i più giovani e robusti, che, avendo alle spalle tutti i risparmi di una intera famiglia (quella allargata africana comprende anche gli zii), vengono instradati dai paesi d’origine, in questo caso il corno d’Africa, verso il Sudan, il vero raggruppatore di disperati. È in questo disgraziato stato africano dove mercanti di uomini raccolgono persone da tutta l’Africa orientale. I migranti vengono caricati su jeep stracariche e qualche volta camion, per poter così attraversare il deserto. Con un viaggio a base di stenti, senza neanche un momento per riposare, la parola d’ordine è “velocità” per poter eludere i controlli che la polizia libica effettua lungo le rotte migratorie.

Le basi di arrivo sono situate presso Bengazi: sono semplicemente delle case private dove le persone vengono stipate in attesa del prossimo viaggio verso Tripoli. Nella malaugurata casualità che vengano scoperti dalla polizia, la fine è una reclusione, senza fine temporale, presso le “carceri” libiche. Finito questo periodo, vengono nuovamente stipati in container per essere trasportati, dopo un viaggio di dieci ore, senza acqua, soste e spazio sufficiente, presso la prigione al confine col Sudan. Qui attendono, senza cure sanitarie né garanzie umanitarie, il loro destino.

Una volta deciso il rimpatrio, almeno quello formale, concordato tramite il trattato tra l’Italia ed i paesi di provenienza, avviene la scarcerazione. Rilascio che mai avviene veramente, la polizia libica semplicemente vende, a trafficanti di uomini, i migranti; la somma è sempre più o meno la stessa trenta denari. Non importa che tu sia maschio o femmina, giovane o meno giovane, abile oppure provato; la vendita avviene comunque, semplicemente per il fatto che, il commerciante di uomini lucra facendo rientrare il disperato nella tratta. Attrezzati con telefoni cellulari, fanno chiamare casa, dove viene chiesto di inviare una cifra elevata per poter ritentare la fortuna verso Tripoli. Quando viene recapitato il denaro, il viaggio riprende il suo iter verso la capitale libica. In questo caso abbiamo due possibilità, o il viaggio continua a buon fine, allora l’immigrato viene consegnato agli scafisti, che lo porteranno a Malta o in Italia; oppure come spesso accade, si è di nuovo riacciuffati dalla polizia libica, in questo caso ricomincia la peregrinazione. Alcune persone, sono state catturate e rivendute fino a sette volte.

Una sorta di lotta tra guardie e ladri; dove però, le guardie (almeno una parte) sono ladri, mentre i ladri sono, per la stragrande maggioranza, brave persone.

Ecco spiegato, cosa si nasconde dietro una semplice carretta del mare; storie di uomini portatori di speranza, dolore, amicizia, sfruttamento, amore e odio.

Ecco spiegato perché, considerano l’Europa un sogno; ecco perché l’Italia, pur coi suoi problemi, è realmente il paradiso in terra.

Gli ultimi avvenimenti in Libia non hanno di certo migliorato la situazione, con un governo centrale ancora debole il diritto non è certo la preoccupazione principale. Bisogna aggiungere che nella guerra civile Gheddafi ha fatto largo uso di mercenari provenienti dal continente; questo ha causato un risentimento popolare verso i “neri”, inglobati tutti sotto la sigla mercenario collaborazionista, sono discriminati anche se nella maggior parte delle volte si tratta di immigrati irregolari che tentavano la fuga in Europa oppure popolazione che risiedeva nel paese da parecchio tempo.

Solo un uomo, solo un pezzo di terra, solo una piccola storia in un mare di atrocità.

Bisogna infatti considerare che oltre a questa rotta migratoria, ne esistono parecchie altre, più sottaciute, alcune perché non ci riguardano direttamente, altre perché sono più discrete e meno evidenti dei barconi. Basti citare quella parallela, che dall’Africa dell’ovest porta verso la stessa le Canarie; quella che dal sud-centro America spinge verso gli Stati Uniti; quella tra l’Afghanistan e l’Europa; quella tra la Birmania e la Thailandia; dal Nepal all’India.

Ultimo dato, solo circa il 20% degli irregolari presenti sul suolo nazionale entra in Italia clandestinamente, via nave o terra; la maggioranza, arriva tramite regolari visti turistici, per poi rimanere anche quando il permesso ha cessato la validità.

pbacco e Morgana

Africa mobile

Per un continente vastissimo e così vario come l’Africa, le comunicazioni sono sempre state un problema. L’avvento della telefonia non sembrava aver modificato questo trend, le poche linee fisse erano presenti quasi esclusivamente nelle grandi città. Caratterizzate da elevati costi fissi ed una qualità generalmente bassa, non erano certo la risposta che avrebbe cambiato la situazione.

Seppur ad oggi migliorate, in qualità e velocità, queste rimangono sempre limitate ad alcune zone. La vera rivoluzione è arrivata con l’avvento della telefonia mobile, in cui quest’anno celebriamo il quarantennale di invenzione. Molto più adatta a coprire le enormi distese di territorio, grazie anche ad un minore impiego di infrastrutture ed un minor fabbisogno energetico, questi minori costi di gestione che questa nuova tecnologia ha portato hanno cambiato per sempre il modo di chiamare, socializzare, nonché l’economia e la società dell’intero continente.

Con oltre 750 milioni di telefonini, l’Africa non rappresenta di certo il mercato più importante in fatto di numeri, rimanendo solo dietro l’Asia, ma mostrandosi l’area a livello mondiale dove il tasso di crescita è in costante aumento nonostante la crisi. Le previsioni dicono che fra tre anni i possessori di apparecchi mobili arriveranno già al miliardo di utenze.

La diminuzione del prezzo delle tariffe, dovuta anche ad una maggiore concorrenza, il minor costo degli apparecchi e il miglioramento del reddito delle persone hanno dato il via a quella che viene chiamata mobile revolution.

Si sono velocizzate le comunicazioni tra persone e la diffusione di informazioni, in un’Africa sempre più cittadina, dove però la maggior parte della popolazione abita ancora in ambito rurale, le comunicazioni tra famigliari lontani è migliorata. Le notizie, anche grazie ad internet sul cellulare sono alla portata di un pubblico maggiore. Decisivo sviluppo anche in ambito sanitario, dove grazie ad internet mobile ora è possibile inviare esami dai luoghi più lontani presso il centro specializzato più vicino, oppure chiedere un consiglio medico a distanza.

Sono nati nuovi lavori, con oltre 3,5 milioni di addetti diretti, la telefonia mobile è anche un importante mercato del lavoro, se aggiungiamo le persone dell’indotto tra cui rivenditori e sviluppatori il numero sale ulteriormente. Un micro mercato viene formato anche dai rivenditori di ricariche che appostandosi agli incroci rivendono le tessere agli automobilisti. Nuove possibilità di sviluppo, in uno dei continenti più giovani del pianeta, è data dalla creazione di nuovi contenuti per cellulari ed internet. Importanti centri tecnologici, delle piccole silicon valley africane, sono sorte o stanno sorgendo presso le più importanti città, per esempio iHub e Nailab in Kenya.

Un mondo di app

Sotto questa voce non troviamo solo il famoso pagamento via SMS (mobile payment), cioè la possibilità di spostare piccole somme di denaro da una sim all’altra attraverso un semplice messaggio senza passare dalla rete bancaria. Troviamo anche la possibilità di ricevere messaggi che indicano ai contadini le quotazioni delle sementi nei mercati vicini, passando per lo sviluppo di vere applicazioni per i modelli di ultima generazione, come prodotti per la conversazione o per esempio iCow, applicazione sviluppata per aiutare gli allevatori a monitorare le mucche.

Grandi società straniere

Importanti società straniere, fiutato l’affare si sono buttate su questo mercato molto promettente.

Tra le più importanti società operanti nel continente troviamo Vodafone, la più importante multinazionale del settore. Ha acquistato la maggioranza dell’operatore Vodacom, operante in Sud Africa, Mozambico, Lesoto, RDC, Tanzania; possiede anche partecipazioni in Ghana, Egitto, Kenya.

Orange, del gruppo France Telecom, ha importanti partecipazioni soprattutto nell’Africa occidentale.

Il gruppo Bharti Airtel, compagnia indiana, che nel 2010 ha acquistato per $9 billion dalla società Kuwaitiana Zain le sue operazioni in Africa. Ora opera direttamente in Burkina Faso, Chad, Egitto, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Ghana, Kenya, Madagascar, Malawi, Niger, Nigeria, Repubblica del Congo, Sierra Leone, Seychelles, Tanzania, Uganda, Suda, Sud Africa.

Non sono solo le più importanti società di telecomunicazioni, ma anche le industrie produttrici di apparecchi sono attente al mercato africano e, diversamente da quello che si pensa, i dominatori sono gli asiatici, e non gli occidentali.

Importante mercato per le industrie cinesi, Huawei ha lanciato nuovo modello di smartphone appositamente creato per il mercato del Continente Nero 4Africa, il continente rappresenta il 13% del fatturato. Oppure Yolo, assemblato in Cina venduto da Intel in Kenya.

Società africane

Numerose rimangono gli operatori indigeni, togliendo quelli statali, troviamo importanti società che si sono sviluppate anche all’estero, tra le altre la sud africana MTN. Da sottolineare che l’odierna Airtel, prima ancora che essere Zain era Celtel una società fondata da un sudanese.

Da non sottovalutare i primi esperimenti di apparecchi prodotti direttamente nel continente, la società VmK (Vou Mou Ka) “svegliati”, stessa impresa che ha prodotto il primo tablet africano, ha messo in commercio Elika, il primo smartphone africano.

pbacco

 

Immaginario africano

Alla fine dei conti dobbiamo riconoscere i nostri limiti, la nostra visione dell’Africa è ancora sublimata da un’aurea post-coloniale paternalistica. I miti acquisiti durante lo studio del continente, soprattutto quelli effettuati durante il diciannovesimo secolo, hanno plasmato gli stereotipi che tuttora continuano a caratterizzare la visione che noi occidentali abbiamo del continente.

Nella nostra visione c’è la volontà, alcune volte inconscia, a voler vedere l’Africa come un continente fermo nella sua struttura sociale, immobile nei cambiamenti economici. Sicuramente sotto alcuni aspetti, la cultura rurale è ancora ancorata a tradizioni ancestrali, ma dobbiamo considerare che proprio il nostro coinvolgimento nelle faccende africane, a volte, ha creato queste distorsioni, o comunque ne ha rallentato se non bloccato lo sviluppo. Come già detto, la prima vera ferita del colonialismo, ancora prima che il problema economico, è la fossilizzazione culturale che ha generato nei popoli sottomessi. La cristallizzazione delle strutture già esistenti, era uno dei punti chiave delle amministrazioni coloniali. Essendo sempre stato minoranza, il ceto dirigente proveniente dall’Europa, cercava di bloccare i cambiamenti e, quando concedeva una delega del potere politico o economico, cercava sempre di consegnarlo alle minoranze presenti nel territorio, così da non creare una elitè locale mai numerosa. Questo stratagemma serviva a non formare una massa di persone capace di ribellarsi ai colonizzatori, una riedizione contemporanea della vecchia regola romana “divide et impera”.

Per tornare al tema principale, la nostra visione ed azione nel continente ha sempre avuto, tranne piccole eccezioni, una visione paternalistica degli aiuti; l’equazione è uomo bianco persona buona e ricca che porta la civilizzazione al nero cattivo povero e rozzo. Quasi mai si parla dei problemi con le popolazioni locali, il più delle volte i progetti umanitari vengono pensati da occidentali in occidente, senza tenere conto degli africani e dell’Africa. Detto questo, esistono buone prassi ormai consolidate anche da parte di organizzazioni occidentali, senza dimenticare che questo problema è ricorrente anche nei recenti aiuti da parte di paesi non occidentali.

Ma la visione mistica, non si esaurisce solo a livello politico o economico; esiste un immaginario africano anche da parte dei turisti. Sono due i modelli di visitatore tipo: troviamo così il turista relax che ricerca una vacanza a basso costo, dall’altra parte il mistico chi è in ricerca della “vera Africa”.

Avete provato ad osservare il risultato di questi due tipi di persone? Troverete una somiglianza, il primo tipo scatterà foto solo durante i safari, escludendo il più delle volte le altre realtà, perché di non interesse; il secondo fotograferà solo paesaggi ritenuti africani, scartando le realtà considerate non autentiche. Una visione completa della società africana, è quindi esclusa a tutte e due le tipologie.

L’esempio più calzante sono le foto fatte durante la visita ai villaggi. Perché, se nel primo caso non avviene neanche il contatto con questa realtà, nel secondo si può notare che, si tende a non fotografare i pezzi di plastica sparsi tra le capanne, come se la plastica non facesse parte dell’odierno paesaggio africano. Come nel resto del mondo, anche nel più sperduto villaggio africano è arrivata la plastica, sotto forma di taniche, recipienti di vario genere e l’immancabile sacchetto che sta letteralmente invadendo, ed inquinando, il paesaggio.

Questa è l’Africa, coi suoi mutamenti e tradizioni, è che ci piaccia o no un insieme molteplice e complicato di culture e inciviltà, problemi e soluzioni, bellezza e degrado, l’amore più alto e le barbarie più atroci; il tutto è inscindibilmente unito e la visione di una sola parte non rappresenta la totalità, cioè quella il più delle volte rappresentata negli stereotipi culturali.

pbacco

 

Una donna in Africa

Per non continuare con le solite celebrazioni asettiche di ogni ricorrenza, in special modo con le ovvietà che attorniano questa data, vorrei ricordare la celebrazione della giornata mondiale della donna di quest’anno raccontando la vita di una persona. Un esempio, una vita come tante altre donne che, con il loro lavoro, lo studio e l’amore cercano di migliorare il mondo partendo dal piccolo, il più delle volte nel totale disinteresse e silenzio; una testimonianza che vale più di mille parole.

Annalena Tonelli nasce a Forlì nel 1943, studia giurisprudenza, ma poi si dedica alla medicina dove consegue certificati e diplomi per la lotta contro la tubercolosi. Diviene tanto specializzata che, il suo metodo è oggi usato dall’OMS come procedura per il trattamento della malattia.

La prima esperienza è nella sua città natale dove aiuta i poveri, poi decide di recarsi in Africa. La prima tappa nel continente è nel nord del Kenya, per poi finire la sua esperienza in Somalia più precisamente nel Somaliland, l’auto proclamato stato nel nord-ovest del paese africano. Qui, in uno sperduto villaggio chiamato Borama, gestisce un centro sanitario per la cura della TBC, dell’HIV e dove gestisce un programma contro le mutilazioni genitali femminili.

Ogni giorno lotta contro le malattie fisiche, ogni giorno deve confrontarsi con una cultura diversa ed alcune volte ostile, ogni giorno vive le difficoltà materiali del popolo che cerca di aiutare.

Non protetta, per volere personale, da nessuna congregazione religiosa, né ONG, né organismo internazionale continua comunque il suo lavoro; rifiuta ogni premio o onoreficenza attribuitale. Unico riconoscimento che accetta è il premio Nansen, per l’assistenza ai profughi.

Uccisa il 5 ottobre 2003, nell’ospedale da lei stessa fondato, per mano di un gruppo fanatico relegioso.

“In tutta la vita non c’è cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi.”

Annalena Tonelli

pbacco

Africa 2013

Eccoci giunti nel nuovo anno, con nuovi propositi ed aspettative migliori, soprattutto per l’economia sono attesi in Europa ed America; ma quali sfide si appresta ad affrontare il continente Africano in questi dodici mesi?

Sul piano economico ci sono aspettative di crescita, in generale si osserva un miglioramento della ricchezza del continente, un aumento della classe media, il sorgere di nuove frontiere economiche, sviluppo di nuove attività. Purtroppo come spesso accade, questi miglioramenti sono a godimento di una ristretta minoranza di persone, ma è pur sempre un miglioramento. Nella classifica previsionale su base mondiale, dei paesi che in quest’anno vedranno un aumento significativo del PIL, troviamo anche paesi africani, tra i quali Mozambico e Libia. Queste due nazioni seppur diversi per storia e cultura hanno aspetti comuni; usciti da una guerra civile (seppur in anni diversi) stanno lentamente ricreando la loro economia, sopportati anche da importanti risorse energetiche.

Se guardiamo invece all’aspetto politico ed ai conflitti, osserviamo che la nuova annata trova in dote i soliti punti critici che accompagnano il continente da decenni, con l’aggiunta di nuove crisi o sarebbe meglio dire di rinnovato pericolo.

Somalia

Ormai in preda da una guerra che dura da vent’anni, acuita negli ultimi sette anni, questo paese ormai diviso, vede il conflitto tra il debole governo centrale e le milizie al-Shabaab. Nell’ultimo anno però, grazie anche all’intervento militare keniota (oltre a quello ugandese), importanti roccaforti (vedi il porto di Kisimaio) sono ritornati sotto il controllo governativo; le milizie fondamentaliste sembrano per ora in ritirata, ma questo non implica la loro definitiva sconfitta.

Nigeria

In continua espansione, sono le azioni terroristiche del gruppo fondamentalista Boko Haram, che nel nord del paese cerca di creare uno stato islamico con alla base la sharia come legge fondamentale. Sembra placarsi invece la questione inerente al delta del Niger, dove è stato raggiunto una sorta di pace tra governo ed MEND.

Repubblica Democratica del Congo

Si è acuita la situazione nelle province orientali dello stato (Nord e Sud Kivu). Seppur in ritirata da Goma, ora sotto controllo misto MONUSCO-militari congolesi-M23, il processo di pace instaurato tra M23 e governo non ha portato ancora ad una soluzione.

Mali

La situazione è ancora altamente confusionaria, tra pochi giorni dovrebbe iniziare una trattativa tra gruppi separatisti e governo presso la capitale del Burkina Faso.

Milizie AZAWAD si sono scontrate con le milizie islamiche, e con le milizie locali di autoprotezione. Sul piano politico il nuovo governo cerca una mediazione, avendo alle spalle il capitano Sanogo, che ha fatto destituire il precedente primo ministro.

La risoluzione ONU ha autorizzato una missione di pace per portare un aiuto militare all’esercito maliano, sono ancora da definire i contingenti e i rapporti con il governo centrale, non del tutto incline ad ospitare forze straniere.

Repubblica Centroafricana

Di recente inizio una ribellione Seleka (alleanza) contro Boizize, criticato per non aver rispettato gli accordi di pace precedentemente sottoscritti. Le milizie Seleka sono arrivate fino ad una 50 di Km da Bangui, per poi arrestarsi anche per via del rafforzamento governativo attraverso truppe ciadiane. Le recenti aperture del presidente ai negoziati verso i rivoltosi, però non hanno portato ancora ad una soluzione del conflitto.

Guinea Bissau

In preda ad elevata instabilità politica, con frequenti colpi di stato, la ex colonia portoghese si può definire un narco-stato. Sfruttato, come base di appoggio dai contrabbandieri che percorrono la rotta America- Europa, visto la poca e debole presenza statale.

Costa d’Avorio

Lentamente il paese è uscito dalla guerra civile combattuta, ma non riesce ancora a trovare una pace effettiva, l’opposizione (ex fedeli Gbagbo) non riconosce ancora l’autorità politica del presidente eletto Ouattara.

Sudan-Sud Sudan

In pace precaria, seppur con qualche scaramuccia militare e varie ritorsioni economiche, emergono sempre più limpidamente i limiti riscontrati al momento della proclamazione di indipendenza; uno stato ancora volatile, corruzione, confini non definiti, problemi con l’ex capitale.

Kenya

In marzo si terranno le elezioni per scegliere il prossimo presidente della repubblica, dopo i fatti conseguenti le precedenti elezioni del 2007. Gli occhi sono puntati su questo paese, che precedentemente era visto come uno dei migliori esempi di democrazia, purtroppo ora ha mostrato tutte le sue più complicate viscere, con un elevato grado di contrasto etnico ed una disparità economica sempre maggiore.

Zimbabwe

Anche nell’ex colonia britannica, si terranno le elezioni presidenziali in marzo; il padre padrone Mugabe sfida l’arci nemico Tsvangirai, sperando di non assistere agli avvenimenti delle precedenti elezioni, con uno stallo dovuto al non riconoscimento reciproco tra gli sfidanti e l’accusa di brogli.

Nordafrica

Ancora scosso dai fremiti delle primavere arabe, i paesi del maghreb, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile.

pbacco

Obama e l’Africa

Nei suoi quattro anni da presidente, Barak Obama ha cercato di attuare una diversa politica estera, su alcuni punti è in continuazione col suo predecessore, su altri invece ha attuato una diversa strategia; nello specifico cercheremo di analizzare quella verso l’Africa.

La politica verso il continente nero è stato una dei tre pilastri, in politica internazionale, di inizio mandato che il neo presidente cercò di delineare nei primi mesi di amministrazione. Insieme al discorso di Praga contro le armi nucleari, a quello al Cairo per tendere una mano ai musulmani, troviamo infatti il discorso di Accra sulla politica per l’Africa.

La scelta del Ghana non era di certo casuale, infatti il paese africano, nel 2009, usciva da una tornata elettorale. L’elezione pacifica che portò Atta Mills (ora morto) a spodestare il vecchio presidente, era frutto di un clima sereno esente da vizi procedurali, una rarità per i paesi dell’area. Scelto quindi come esempio, per gli altri stati africani, il discorso del primo presidente afro-americano svoltosi presso il parlamento di Accra, era incentrato su tre punti principali:

  • Il primo guardava principalmente ai politici africani, con la costruzione di istituzioni forti “occorre mettere fine alle pratiche antidemocratiche e alla corruzione, adottando le regole del buon governo, da cui dipende lo sviluppo, un ingrediente che è mancato per troppo tempo” “Aumenteremo il nostro sostegno agli individui e le istituzioni responsabili”.
  • Il secondo era diretto ai giovani a “gettare le fondamenta della libertà”. “Voi avete il potere di chiedere conto ai vostri leader di quanto fatto e di esigere che siano create istituzioni al servizio della gente”.
  • Il terzo era rivolta ad un uso di un’azione multilaterale nei singoli problemi “Quando c’è un genocidio in Darfur o ci sono terroristi in Somalia, questi non sono solo problemi africani, sono sfide per la sicurezza mondiale che richiedono una risposta mondiale”.

La risposta africana all’elezione di Barack Obama fu di festa; si ballava per le strade della Liberia, in Kenya fu dichiarato il suo insediamento un giorno festivo. Quando il neo presidente visitò il continente nel luglio 2009, le aspettative continuarono ad aumentare. Dopo il discorso sulla politica in Africa, consegnato in Ghana, generalmente ben accolto anche dai politici africani, molti africani presumevano che l’approccio di Obama verso Africa sarebbe cambiato rispetto i predecessori.

Questa, in linea teorica, la politica da seguire; ma purtroppo come al solito la routine quotidiana delle crisi internazionali portò l’Africa in second’ordine. Con i conflitti in corso in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria e Yemen, la zona euro alle prese con una crisi economica, il programma nucleare iraniano, e le transizioni profondamente instabili in tutto il Medio Oriente, l’amministrazione non ha avuto una grande possibilità su cui lavorare.

In effetti un diverso approccio, anche motivato da fattori economici, ha mutato alcuni atteggiamenti dell’amministrazione verso il continente. Ricordiamo un maggiore coinvolgimento degli attori africani per risolvere le crisi locali, un minore impiegno militare diretto. In quest’ottica vediamo l’importanza militare (Africom) per contrastare le infiltrazioni terroristiche nel corno d’Africa.

In questa ultima estate è stata dettata una nuova politica per l’Africa, con la sua enfasi sul commercio e la democrazia, coi quattro pilastri della strategia: “Gli Stati Uniti saranno partner di paesi dell’Africa sub-sahariana di perseguire i seguenti obiettivi interdipendenti e si rafforzano a vicenda: 1) rafforzare le istituzioni democratiche, 2) stimolare la crescita economica, il commercio e gli investimenti, 3) promuovere la pace e la sicurezza, e 4) promuovere opportunità e sviluppo “. Una politica non dissimile da quelle annunciate dai predecessori Clinton e Bush.

Seppur il segretario di stato Clinton, ha visitato quindici paesi in quattro viaggi distinti, il presidente Obama non è più ritornato in Africa dopo il viaggio del 2009.

Anche durante la campagna elettorale il tema africano è stato quasi tralasciato. Quando è stato citato, è sempre stato visto sotto la luce della politica interna. Ecco che quindi il Mali e Al Qaeda erano un problema di sicurezza nazionale; oltre il solito proposito dell’esportazione della democrazia, la questione centrale era energetica, per l’approvvigionamento di petrolio, ed economica i 100 mila posti di lavoro creati in un anno negli Stati Uniti grazie all’aumento dalle esportazioni verso l’Africa.

Seppur affievolita, però la propensione per un secondo mandato è ancora viva tra la popolazione africana, tra poche ore sapremo se questo giudizio è condiviso anche dagli elettori americani.

pbacco

La Cina in Africa: i media

Circa un anno fa abbiamo analizzato l’aumento di interesse della Cina verso l’Africa (basta che cercate nel menù argomenti per trovare il post). Ecco, ora un nuovo tassello di questo avanzamento è stato creato. Da gennaio del corrente anno, la China Central Television CCTV, società statale cinese operante nel settore televisivo (una Rai in salsa pechinese) ha aperto la prima sede estera fuori da Beijing; non per caso, la città designata è stata Nairobi. La capitale keniota è stata scelta come HUB per lo smistamento delle notizie verso il continente nero. Prima apertura di una serie di sedi, che ora contano venti stati africani; tra gli ultimi uffici di corrispondenza troviamo Città del Capo e Kigali. Una presenza significativa ed in rapida espansione, considerando che alcuni media occidentali, anche per via di problemi di bilancio, sono stati costretti a tagliare uffici esteri. Non ultimo, il caso della nostra televisione di stato, che ha fortemente ridimensionato alcune sedi estere.

La televisione statale cinese invece, andando controtendenza ha accresciuto il suo interesse per il continente nero, seguendo così l’economia e le direttive del paese/partito.
Da febbraio, va in onda quotidianamente dagli studi di Nairobi “Africa Live”, un programma che a detta dell’emittente vuole cambiare il modo di vedere l’Africa.

L’azione cinese però, non si esaurisce in questo campo. Importanti investimenti, sono stati impiegati per migliorare tecnicamente le infrastrutture di comunicazione intra-africane, sia con aggiornamenti infrastrutturali delle reti televisive locali, sia attraverso la cooperazione tra industria cinese in ambito della telefonia e l’industria africana di rete mobile. Troviamo così il progetto China African News Service tra Xinhua (l’agenzia di stampa ufficiale cinese) l’Huawei (industria cinese di apparecchi per telecomunicazioni) e Safaricom (operatore africano di rete mobile) per la diffusione di contenuti anche attraverso i telefonini, così da poter raggiungere più capillarmente la popolazione rurale, che non dispone quasi mai di apparecchi televisivi, ma è raggiunta dalla rete cellulare. In questo solco troviamo anche corsi di formazione per giornalisti africani; non a caso la sede keniota offre lavoro a circa sessanta persone, tra tecnici e giornalisti, ma si pensa che a regime raggiungerà anche i duecento addetti.

Lo scopo finale cinese è quello di introdurre la sua cultura e i suoi valori, mostrare una immagine favorevole attraverso i media per raggiungere gli obiettivi prefissati, riducendo l’uso della forza, per sviluppare relazioni con gli stati e espandere la sua influenza globale.
Il famoso soft power in contrapposizione con le potenze odierne, prima fra tutte la BBC oltre che Al Jazeera ed in maniera minore anche RFI e CNN.

CCTV News Africa Live

pbacco

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Africa est-ovest

La situazione politica africana sembra in preda ad un tumulto, scossa da una crisi che attraversa tutto il continente da est-ovest.

Nel corno d’Africa, continua la guerra civile in Somalia, la situazione che si è venuta a creare però è cambiata da novembre. Da quel periodo truppe dell’esercito kenyota sono penetrate in territorio somalo per raggiungere la città portuale di Kisimaio, una delle più importanti città del paese, nonché uno dei centri della pirateria. A quest’azione è seguita la parallela invasione di truppe regolari etiopiche, volto a creare una tenaglia contro gli integralisti Al Shabaab. Tutte queste operazioni sono state concordate con il governo transitorio, nonché appoggiate da Washington, Londra e Parigi che hanno fornito strumenti di intelligence e supporto logistico, lasciando il lavoro sul campo ai militari africani.

Di pochi giorni fa, l’acuirsi delle diatribe tra Etiopia ed Eritrea. Addis Abeba, ha effettuato operazioni militari oltre il confine (che ancora è provvisorio dopo la fine della guerra nel 2000) assaltando alcuni villaggi eritrei considerati covi di terroristi; Asmara ha protestato ufficialmente presso l’ONU, dimostrandosi però renitente ad una ritorsione militare.

Nella parte ovest, c’è da sottolineare la crisi politica apertasi in Senegal, prima del voto per eleggere il presidente della repubblica; tra ricorsi, accuse di brogli, violenze, quella che era considerato uno dei pochi esempi di democrazia reale in Africa è svanito velocemente. Per fortuna la situazione è migliorata, in attesa del prossimo secondo turno di ballottaggi.

Crisi politica anche in Guinea Bissau, dopo il colpo di stato dell’anno scorso, ora accuse di brogli inficiano il voto svoltosi a febbraio, in attesa anche in questo paese del ballottaggio.

Altra crisi recente è il Mali, nella notte tra ieri ed oggi un colpo di stato ha paralizzato il paese; esteso il coprifuoco, chiuse le frontiere, sono cessate di funzionare le istituzioni. Non si conosce ancora dove sia finito il presidente deposto ATT, mentre il palazzo presidenziale è stato dato alle fiamme. Da Bamako è da tempo che giungono notizie di ribellioni nel nord del paese dove tribù Tuareg sono in lotta contro il governo centrale; alla grande massa di persone già fuggita, nei paesi limitrofi, per via degli scontri al nord, si unisce un’altra massa di popolazione che fugge per questi ultimi disordini.

Altro tema spinoso giunto alle cronache nostrane è la situazione esplosiva nella federazione nigeriana. Al nord operano gli integralisti Boko Haram, che hanno l’intento di islamizzare tu la Nigeria; al sud nel delta del Niger il MEND, per l’emancipazione appunto di quelle aree contro le multinazionali petrolifere. Insomma una vera situazione esplosiva, in un paese esteso, composto da una moltitudine di etnie.

Da est ad ovest, la situazione non sembra di certo confortante.

pbacco

Diplomazia a suon di samba

Come capirete dal titolo scontato, ma è l’unica cosa che mi è venuta in mente, oggi parleremo della visione del mondo, da parte della potenza del sud America, il Brasile.

Colosso, sia in fatto di territorio, sia in fatto di popolazione; questo paese, che ha raggiunto una supremazia nel sud America, ora vuole conquistare anche un posto di rilievo nel panorama mondiale. Di recente, ha fatto ingresso in importanti centri decisionali, vedi G20; non ultimo, anche nel Bric, club dei paesi emergenti (Brasile, Russia, India e Cina).

In modo molto più sommesso, rispetto ad altre potenze, attua più o meno le stesse strategie. Cerca buoni rapporti nel vicinato, per creare un’area di influenza locale; cerca altresì, di creare una rete di stati amici, per la fornitura della materie prime utili all’economia.

Importanti tassi di crescita dell’economia, hanno portato ad un aumento del ceto medio. A differenza di altri paesi in via di sviluppo però, grazie anche a progetti di sviluppo rurale, sono migliorate anche le condizioni delle zone periferiche, facendo anche decrementare la popolazione povera.

A questa miglioria interna, si è unita un’importante mutamento economico, il cambiamento della struttura produttiva, da paese importatore di beni si è trasformato in esportatore di beni. Questo surplus di valuta, dovuto alla grossa bilancia commerciale in attivo, ha portato ad incamerare preziosa valuta estera, usata per l’espansione all’estero. Espansione che, tra l’altro, ha interessato anche la volontà di comprare debito sovrano del Portogallo, la vecchia madre patria.

Una nuova rete, intrecciata tra i paesi in via di sviluppo, chiamata appunto sud-sud, si è creata, all’insegna dello sviluppo tra emergenti. In quest’ottica, gli investimenti rivolti verso l’Africa, hanno privilegiato, anche per somiglianza linguistica, l’Angola ed il Mozambico.

In Angola, grande produttore di petrolio, questi contatti, hanno portato il paese carioca ad essere il primo partner economico, facendo trovare il paese sud Americano persino davanti alla Cina. In Mozambico, invece, sono stati firmati importanti contratti per la produzione di biocombustibili, la così detta politica dell’etanolo, in cui il paese americano ha grande esperienza e di cui ha bisogno.

L’esperienza, non si limita ai paesi citati, infatti, sono stati ben venticinque i paesi africani interessati dagli undici viaggi, che l’ex presidente Lula, ha effettuato verso il continente nero; struttura di espansione che, non sembra essere cambiata, con l’avvento della nuova presidente Rousseff.

Insomma, le linee generali per la futura politica estera sono tracciate, ed andranno sempre ampliandosi, mano a mano che la potenza economica e politica, del paese aumenterà.

pbacco

C’è del marcio nella finanza

Parafrasando una celebre frase dell’Amleto, si potrebbe affermare che: C’è del marcio in finanza.

Beh, questo lo si era capito già prima, quest’inchiesta, andata in onda ieri sera su Report, ne è una conferma, con fatti, persone, date.
Non commento, perchè vi consiglio vivamente di guardare il servizio. Report EFFETTO VALANGA

pbacco

Un piccolo estratto della parte che più ci interessa (trovate il file completo in PDF nella stessa pagina linkata):

Stati Uniti. Strade del New Hampshire. Qui abita un ex sicario dell’economia. E’ lui chesi definisce così. John Perkins, economista al servizio del governo del suo paese.

JOHN PERKINS

Prima erano le organizzazioni religiose a guidare il mondo, poi i governi. Ora è il momento delle grandi corporations: controllano gli affari di tutto il mondo, hanno relazioni con i cinesi, i taiwanesi, i palestinesi, pakistani, indiani… non importa chi siano o no i politici o cosa fanno, loro vogliono risorse e mercati e faranno di tutto per controllarli.

MICHELE BUONO – FUORI CAMPO

Parigi. Fidel Toe. Un tempo era ministro. Germaine Nassouri, alto commissario. Erano i primi anni ‘80 e lavoravano in Burkina Faso con il presidente Thomas Sankara.

THOMAS SANKARA

Le origini del nostro debito risalgono al colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Noi non centriamo niente con questo debito, quindi non possiamo pagarlo.

MICHELE BUONO – FUORI CAMPO

E ancora un altro obiettivo: farcela da soli, bastare a se stessi e non prendere soldi dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.

GERMAINE NASSOURI – ALTO COMMISSARIO (1983-1987) BURKINA FASO

Se si dipende economicamente da qualcuno la tua parola non è più libera. Thomas non voleva indebitarsi perché con quei tassi di interesse alla fine non sarebbe stato possibile nemmeno pagare gli stipendi agli statali.

FIDEL TOE – MINISTRO DEL LAVORO (1983-1987) BURKINA FASO

Degli economisti ci spiegarono che non è mai successo che un paese si sia sviluppato con i soldi del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Non appena vi finanziano – ci spiegarono – vi presentano le condizioni: privatizzate questo, privatizzate quello. E alla fine privatizzare vuol dire gettare tante persone sul lastrico: si tagliano posti di lavoro, crescono i prezzi e il paese decade.

[…]

MICHELE BUONO – FUORI CAMPO

Il Presidente Sankara non volle indebitarsi e ci riuscì. Il Burkina Faso cominciò a camminare sulle sue gambe facendosi bastare quello che aveva.

GERMAINE NASSOURI – ALTO COMMISSARIO (1983-1987) BURKINA FASO

Abbiamo organizzato i contadini in cooperative per renderli più forti a livello di produzione e i commercianti in gruppi di consumo per realizzare al massimo il settore e, contemporaneamente, abbiamo incitato la popolazione a consumare prodotti locali.
Con questo siamo riusciti a creare delle risorse.

MICHELE BUONO

E che ci avete fatto?

GERMAINE NASSOURI – ALTO COMMISSARIO (1983-1987) BURKINA FASO

Queste risorse le abbiamo investite nella scuola: la scolarizzazione è salita dal 16 al 28 percento. Abbiamo vaccinato 2 milioni di bambini e in 3 anni la speranza di vita è passata da 47 a 50 anni. Abbiamo fatto delle economie e ci siamo riusciti.

MICHELE BUONO

Che significa “sicario dell’economia”? É questo il suo mestiere?

JOHN PERKINS

Fui arruolato come economista dall’Agenzia della Sicurezza Nazionale. Il mio compito era quello di far indebitare i paesi che puntavamo- in Africa e in America Latina- proponendo impianti industriali, o autostrade e poi, predisponendo una richiesta di prestito alla Banca Mondiale. Soldi che prendevano le nostre organizzazioni per iniziare i lavori. Ai paesi in questioni rimaneva solo un grande debito che non riuscivano a ripagare. A questo punto ritornavo in quei paesi e dicevo “ ehi, non puoi riparare il tuo debito? Allora vendi alle nostre Corporations a poco prezzo, il tuo petrolio senza restrizioni sociali o ambientali o vota per noi nelle prossime elezioni alle nazioni unite”.

MICHELE BUONO

Come faceva a convincere i suoi interlocutori?

JOHN PERKINS

La prima mossa è sempre quella della persuasione dei leader. Dicevo “ehi Mr President … vedi … in questa tasca ho un paio di milioni di dollari per te e la tua famiglia, ma se scegli di non partecipare, in quest’ altra tasca ho una pistola e ti posso far fuori!”. I presidenti capivano molto bene.

MICHELE BUONO

E se non volevano capire?

JOHN PERKINS

Diversamente, entravano in azione gli agenti della CIA per rovesciare il governo o assassinare i loro leader. E se andava male anche questa, tipo Saddam Hussein in Iraq, entravano in azione i militari. Sono strategie legate più agli interessi delle Corporations che non della Nazione.

MICHELE BUONO

E allora quando muoiono i soldati per chi muoiono?

JOHN PERKINS

I nostri soldati in Afghanistan, in Iraq o in altri posti, non stanno combattendo o morendo per patriottismo; molti ci credono ma in realtà, servono gli interessi delle Corporations.

THOMAS SANKARA (DISCORSO)

Signor Presidente, vorrei che fosse la conferenza a dire che non possiamo pagare il debito per consacrare le nostre magre risorse a progetti di sviluppo. Se è solo il Burkina Faso a dirlo, non sarò qui alla prossima conferenza!

MICHELE BUONO – FUORI CAMPO

Tre mesi dopo il Presidente Sankara fu assassinato. Fine del sogno di un paese che poteva bastare a se stesso.

MICHELE BUONO

Fu una coincidenza?

FIDEL TOE – MINISTRO DEL LAVORO (1983-1987) BURKINA FASO

Non credo che si sia trattato di una coincidenza, anche i francesi lo dicevano: Sankara disturbava.

MICHELE BUONO

Qual è la sua opinione?

JOHN PERKINS

Si oppose pubblicamente al Fondo Monetario Internazionale, alle banche e ai sicari dell’economia, quindi non mi sorprende che fu assassinato. Sono esempi che servono a far capire a tutti gli altri che non la scamperanno se si comporteranno nello stesso modo.

 

Thomas Sankara
Thomas Sankara