Crisi maliana o regionale?

La situazione in Mali sembra essersi indirizzata verso una soluzione, almeno per la parte concernente la crisi politica. Più complicata la soluzione riguardante la ribellione Tuareg e l’infiltrazione radicale islamista. Dopo il colpo di stato dell’esercito, attuato dal capitano Sanogo, in cui è stato deposto il presidente Amadou Toumani Touré, il golpe sembra essersi concluso con la rinuncia dell’ex presidente alla carica, e la promessa dei militari di indire nuove elezioni, includendo la sottomissione del potere militare al nuovo potere civile.

Un colpo di stato nato, in una situazione di crisi, la lotta tra il governo di Bamako e i ribelli Touareg. Pensando di trovare un appoggio presso la comunità internazionale, e favore tra gli stati confinanti, i golpisti speravano di mantenere il potere, contando sul fatto di fare la parte dei salvatori della patria a scapito di un governo inattivo. La situazione, invece, si è dimostrata completamente diversa; già nei momenti successivi al colpo di stato, c’è stato subito una condanna da parte delle potenze Francia e Stati Uniti, disapprovazione anche tra le capitali africane confinanti, che vedevano il numero di rifugiati aumentare costantemente. Condanna da parte della Cedeao, che ha anche invocato l’uso dei 2000 militari in suo possesso, in caso del procrastinarsi della crisi.

Del caos a Bamako, ne hanno approfittato i ribelli del nord, guadagnando territorio; ma le vere vincitrici sembrano essere le milizie islamiste. Ultime notizie, riferivano di un contingente formato all’incirca da un cinquecento persone, molto probabilmente del Boko Haram, che sono giunti dalla Nigeria per aiutare la lotta integralista.

Fino a questo punto sembra una delle solite crisi nello stato, invece ad una lettura più profonda si intravede una crisi dello stato; per questo il titolo indica crisi regionale, nel senso che il caso Mali è un segnale dei movimenti che stanno avvenendo nell’intera regione sub sahariana, come quella nello stesso Maghreb.

La primavera araba ha fatto scoprire, o rinvigorire, dei sentimenti offuscati dai regimi totalitari. È il caso delle rivendicazioni dei Berberi,o come quelle degli stessi Tuarag; è in questo solco che nascono le preoccupazioni del Marocco per le rivendicazioni del Sahara occidentale, le paure di Algeri per il fondamentalismo, le proposte indipendentiste del Mend in Nigeria, o quelle dei Tuareg in Niger. Una crisi che diventa regionale, coinvolgendo politicamente ed economicamente anche i paesi dell’Africa dell’ovest. Una destabilizzazione prolungata di Bamako, si ripercuoterebbe direttamente sui paesi confinanti: Mauritania, Niger, Burkina Faso, Sénégal e Costa d’Avorio. Bisogna poi sottolineare, che esistono forti interessi economici anche di altri paesi africani nel paese; per esempio Rabat in Mali, ha interessi sia nel campo delle comunicazioni, delle banche, delle infrastrutture; importante ricordare anche che, attraverso il disastrato paese africano, passa una delle vie usate per la tratta dell’immigrazione.

Un’insieme di interessi politico-economici, si stanno intrecciando in una miscela esplosiva di difficile soluzione.

pbacco

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Africa est-ovest

La situazione politica africana sembra in preda ad un tumulto, scossa da una crisi che attraversa tutto il continente da est-ovest.

Nel corno d’Africa, continua la guerra civile in Somalia, la situazione che si è venuta a creare però è cambiata da novembre. Da quel periodo truppe dell’esercito kenyota sono penetrate in territorio somalo per raggiungere la città portuale di Kisimaio, una delle più importanti città del paese, nonché uno dei centri della pirateria. A quest’azione è seguita la parallela invasione di truppe regolari etiopiche, volto a creare una tenaglia contro gli integralisti Al Shabaab. Tutte queste operazioni sono state concordate con il governo transitorio, nonché appoggiate da Washington, Londra e Parigi che hanno fornito strumenti di intelligence e supporto logistico, lasciando il lavoro sul campo ai militari africani.

Di pochi giorni fa, l’acuirsi delle diatribe tra Etiopia ed Eritrea. Addis Abeba, ha effettuato operazioni militari oltre il confine (che ancora è provvisorio dopo la fine della guerra nel 2000) assaltando alcuni villaggi eritrei considerati covi di terroristi; Asmara ha protestato ufficialmente presso l’ONU, dimostrandosi però renitente ad una ritorsione militare.

Nella parte ovest, c’è da sottolineare la crisi politica apertasi in Senegal, prima del voto per eleggere il presidente della repubblica; tra ricorsi, accuse di brogli, violenze, quella che era considerato uno dei pochi esempi di democrazia reale in Africa è svanito velocemente. Per fortuna la situazione è migliorata, in attesa del prossimo secondo turno di ballottaggi.

Crisi politica anche in Guinea Bissau, dopo il colpo di stato dell’anno scorso, ora accuse di brogli inficiano il voto svoltosi a febbraio, in attesa anche in questo paese del ballottaggio.

Altra crisi recente è il Mali, nella notte tra ieri ed oggi un colpo di stato ha paralizzato il paese; esteso il coprifuoco, chiuse le frontiere, sono cessate di funzionare le istituzioni. Non si conosce ancora dove sia finito il presidente deposto ATT, mentre il palazzo presidenziale è stato dato alle fiamme. Da Bamako è da tempo che giungono notizie di ribellioni nel nord del paese dove tribù Tuareg sono in lotta contro il governo centrale; alla grande massa di persone già fuggita, nei paesi limitrofi, per via degli scontri al nord, si unisce un’altra massa di popolazione che fugge per questi ultimi disordini.

Altro tema spinoso giunto alle cronache nostrane è la situazione esplosiva nella federazione nigeriana. Al nord operano gli integralisti Boko Haram, che hanno l’intento di islamizzare tu la Nigeria; al sud nel delta del Niger il MEND, per l’emancipazione appunto di quelle aree contro le multinazionali petrolifere. Insomma una vera situazione esplosiva, in un paese esteso, composto da una moltitudine di etnie.

Da est ad ovest, la situazione non sembra di certo confortante.

pbacco