Africa 2013

Eccoci giunti nel nuovo anno, con nuovi propositi ed aspettative migliori, soprattutto per l’economia sono attesi in Europa ed America; ma quali sfide si appresta ad affrontare il continente Africano in questi dodici mesi?

Sul piano economico ci sono aspettative di crescita, in generale si osserva un miglioramento della ricchezza del continente, un aumento della classe media, il sorgere di nuove frontiere economiche, sviluppo di nuove attività. Purtroppo come spesso accade, questi miglioramenti sono a godimento di una ristretta minoranza di persone, ma è pur sempre un miglioramento. Nella classifica previsionale su base mondiale, dei paesi che in quest’anno vedranno un aumento significativo del PIL, troviamo anche paesi africani, tra i quali Mozambico e Libia. Queste due nazioni seppur diversi per storia e cultura hanno aspetti comuni; usciti da una guerra civile (seppur in anni diversi) stanno lentamente ricreando la loro economia, sopportati anche da importanti risorse energetiche.

Se guardiamo invece all’aspetto politico ed ai conflitti, osserviamo che la nuova annata trova in dote i soliti punti critici che accompagnano il continente da decenni, con l’aggiunta di nuove crisi o sarebbe meglio dire di rinnovato pericolo.

Somalia

Ormai in preda da una guerra che dura da vent’anni, acuita negli ultimi sette anni, questo paese ormai diviso, vede il conflitto tra il debole governo centrale e le milizie al-Shabaab. Nell’ultimo anno però, grazie anche all’intervento militare keniota (oltre a quello ugandese), importanti roccaforti (vedi il porto di Kisimaio) sono ritornati sotto il controllo governativo; le milizie fondamentaliste sembrano per ora in ritirata, ma questo non implica la loro definitiva sconfitta.

Nigeria

In continua espansione, sono le azioni terroristiche del gruppo fondamentalista Boko Haram, che nel nord del paese cerca di creare uno stato islamico con alla base la sharia come legge fondamentale. Sembra placarsi invece la questione inerente al delta del Niger, dove è stato raggiunto una sorta di pace tra governo ed MEND.

Repubblica Democratica del Congo

Si è acuita la situazione nelle province orientali dello stato (Nord e Sud Kivu). Seppur in ritirata da Goma, ora sotto controllo misto MONUSCO-militari congolesi-M23, il processo di pace instaurato tra M23 e governo non ha portato ancora ad una soluzione.

Mali

La situazione è ancora altamente confusionaria, tra pochi giorni dovrebbe iniziare una trattativa tra gruppi separatisti e governo presso la capitale del Burkina Faso.

Milizie AZAWAD si sono scontrate con le milizie islamiche, e con le milizie locali di autoprotezione. Sul piano politico il nuovo governo cerca una mediazione, avendo alle spalle il capitano Sanogo, che ha fatto destituire il precedente primo ministro.

La risoluzione ONU ha autorizzato una missione di pace per portare un aiuto militare all’esercito maliano, sono ancora da definire i contingenti e i rapporti con il governo centrale, non del tutto incline ad ospitare forze straniere.

Repubblica Centroafricana

Di recente inizio una ribellione Seleka (alleanza) contro Boizize, criticato per non aver rispettato gli accordi di pace precedentemente sottoscritti. Le milizie Seleka sono arrivate fino ad una 50 di Km da Bangui, per poi arrestarsi anche per via del rafforzamento governativo attraverso truppe ciadiane. Le recenti aperture del presidente ai negoziati verso i rivoltosi, però non hanno portato ancora ad una soluzione del conflitto.

Guinea Bissau

In preda ad elevata instabilità politica, con frequenti colpi di stato, la ex colonia portoghese si può definire un narco-stato. Sfruttato, come base di appoggio dai contrabbandieri che percorrono la rotta America- Europa, visto la poca e debole presenza statale.

Costa d’Avorio

Lentamente il paese è uscito dalla guerra civile combattuta, ma non riesce ancora a trovare una pace effettiva, l’opposizione (ex fedeli Gbagbo) non riconosce ancora l’autorità politica del presidente eletto Ouattara.

Sudan-Sud Sudan

In pace precaria, seppur con qualche scaramuccia militare e varie ritorsioni economiche, emergono sempre più limpidamente i limiti riscontrati al momento della proclamazione di indipendenza; uno stato ancora volatile, corruzione, confini non definiti, problemi con l’ex capitale.

Kenya

In marzo si terranno le elezioni per scegliere il prossimo presidente della repubblica, dopo i fatti conseguenti le precedenti elezioni del 2007. Gli occhi sono puntati su questo paese, che precedentemente era visto come uno dei migliori esempi di democrazia, purtroppo ora ha mostrato tutte le sue più complicate viscere, con un elevato grado di contrasto etnico ed una disparità economica sempre maggiore.

Zimbabwe

Anche nell’ex colonia britannica, si terranno le elezioni presidenziali in marzo; il padre padrone Mugabe sfida l’arci nemico Tsvangirai, sperando di non assistere agli avvenimenti delle precedenti elezioni, con uno stallo dovuto al non riconoscimento reciproco tra gli sfidanti e l’accusa di brogli.

Nordafrica

Ancora scosso dai fremiti delle primavere arabe, i paesi del maghreb, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile.

pbacco

Lotta di predominio

La recente guerra civile in Costa d’Avorio, con relativa presenza francese, può essere anche letta in altri termini. Di certo non avanzo l’idea che la guerra sia stata causata dalla Francia.

Quello che vorrei sottolineare è la “lotta” (di prestigio ed economica) per il predominio nella regione. Forse è dovuto anche a questo fattore la presenza, direttamente sul suolo del paese africano, di un contingente militare francese (operazione liocorno).

Senza entrare nelle cause di questi avvenimenti, vorrei trattare il tema della “lotta” per la supremazia linguistica (e quindi economica) dell’area.

Nell’Africa occidentale, esiste una predominanza linguistica francese, fino ad un decennio fa anche i paesi più sviluppati erano ex colonie transalpine, Senegal e Costa d’Avorio. Oggi invece ci toviamo di fronte ad un’inversione di tendenza; le potenze regionali sono diventate la Nigeria (il paese più popoloso del continente) e il Ghana. Questi paesi sono riusciti a progredire sia politicamente (vedi le recenti elezioni politiche democratiche, escluse le violenze nigeriane), sia economicamente; da notare altresì che questi due paesei sono di madrelingua inglese.

Quello a cui si è assistito è la perdita di potere linguistico ed economico, perchè lingua è potere, dei cugini d’oltralpe nell’area, l’Africa occidentale, che li vedeva predominanti. Ora però si trovano in svantaggio con le ex-colonie di sua maestà.

L’esempio ivoriano è un po’ il riassunto della situazione francese nel continente. Dopo un periodo di stasi nell’interesse per l’Africa, ora ci si trova in una situazione deteriorata; per questo si cerca di fare azioni per cercare di recuperare le posizioni perdute, Libia docet.

pbacco

Problema locale, esempio continentale

Forse il post più corto, mi sembra inutile aggiungere parole, quando un’articolo già ben fatto parla meglio di te.
Ecco un’interessante articolo preso da Internazionale.it; significativo l’esempio locale, in questo caso ivoriano, che esemplifica in maniera teorica, un problema che si può rapportare all’intero continente africano, pur facendo distinzioni locali. Buona lettura

http://www.internazionale.it/le-mani-straniere-sul-cacao-ivoriano/

pbacco

La realtà è sempre più complicata di quello che sembra

Piccola premessa; un mediocre commentatore politico italiano, viste le sue conoscenze in campo di lotta tra poteri dello stato, pezzi di territorio in mano a famiglie e senza stato, un’intreccio tra politica e affari, una corruzione elevata, una sempre maggiore disparità tra classi, una scuola sempre più inadeguata, si troverebbe a suo agio nel comprendere e commentare la situazione politica africana. Un’ottimo commentatore africano invece, non riuscirebbe a capire la situazione in Italia; stiamo diventando, “leggermente” africani e non stiamo certamente prendendone la parte migliore.

Dopo questo sfogo sull’odierna situazione politica e sociale italiana, torniamo a guardare oltre.

Come scritto nel titolo, osservando soprattutto la politica africana ma in generale tutta quella extra europea, non bisogna mai cadere (ma capita spesso, anche a me) nell’errore di prendere dei contenitori o definizioni occidentali ed incastonarle per spigare quelle realtà.

La situazione in Costa d’Avorio peggiora continuamente, ormai Abidjan è una città chiusa, sottoposta a fuoco incrociato; sono presenti almeno cinque gruppi di forza: ci sono i miliziani fedeli a Ouattara (ma anche loro non sono una forza unica), i sostenitori di Gbagbo, le milizie rionali di protezione, la missione ONU ed infine la missione francese Licorne. In mezzo c’è la popolazione civile, circa quattro milioni di abitanti, che è a corto di cibo, acqua e non può muoversi per non incappare in qualche banda o proiettile vagante. Insomma quella che regna nella capitale economica ivoriana (ma anche nel paese intero) è un’anarchia di potere.

Fonti giornalistiche riportano, a dispetto del pensiero generale, atrocità e violenze commesse da tutte e due le fazioni; è la solita semplificazione nel trasformare una posizione in bene, mentre l’altra è il male. Non dico che questa sia poi tanto lontano dalla verità, Gbagbo è ormai un tiranno senza più potere asserragliato nel suo bunker, ma non bisogna neanche vedere la sua parte come il male assoluto, perchè alla fine magari ci accorgiamo che quello che pensiamo il bene, non sia proprio quello che ci aspetiamo.

Il punto più importante, essendo state elezioni corrette, è che ci troviamo di fronte ad un 46% di popolazione che si è riconosciuta nel suo candidato. Insomma il presidente vincitore si troverà a dover pacificare un paese diviso da più di dieci anni di guerra civile, situazione aggravata dagli ultimi fatti, sapendo altresì che quasi metà della popolazione non lo approva.

pbacco

Gbagbo proprio NO!

Le recente crisi ivoriana, ci può far riflettere, come già accennato nel post “Due pesi e due misure”, sulla diversità di tratamento che la comunità internazionale e più in generale le nazioni o organizzazioni hanno nei confronti delle diverse crisi.

Nel caso specifico, una somma di vari eventi, ha portato ad un’intervento forte (più che giustificato) in campo economico e non militare. Proviamo così ad elencare i possibili motivi.

  • Un dei fattori può essere il maggior appeal internazionale di cui gode Ouattara rispetto al suo avversario.
  • La legittimazione mediante elezioni libere del vincitore, anzi il cambiamento di potere a danno del presidente uscente, cosa non scontata soprattutto nel continente nero, dove il potere, economico, politico militare, mediatico, è molto concentrato.
  • Importanza del paese africano sul piano economico, non solo a livello regionale dell’Africa dell’ovest, ma addirittura mondiale; il paese è il primo produttore di caffè e cacao.
  • Uso simbolico, come monito, in questo importante anno di elezioni nel continente; durante questi mesi si svolgeranno importanti consultazioni riguardo paesi altrettanto importanti (vedi esempio Nigeria, Zimbabwe), o per quelle appena passate (Niger), insomma dare una sorta di binario rispetto ad un non più tollerato ripetersi di elezioni farsa ed invece accettazione del mandato popolare.
  • Un cambiamento di politica estera statunitense nei riguardi dell’Africa, un ritorno di attenzione dopo un periodo di stasi della precedente amministrazione; basta riguardare il discorso di Obama in Ghana per capire la diversità.
  • Un ritorno di azione dell’ex madre patria (Francia) nel gioco africano, come dimostrato dal recente intervento in Libia.

Come sempre, i fattori di scelta sono molteplici e variegati anche tra le varie nazioni.

pbacco

Il cerchio si restringe

Torniamo in Costa d’Avorio; in questi momenti sembra che il processo di detronizzazione, si sia intensificato. Le milizie fedeli a Ouattara stanno conquistando mano a mano il paese, hanno preso la capitale Yamossoukro, importani città della costa compreso il vitale porto di San Pedro (il più grande snodo di scambio del cacao). Fonti raccontano che ormai, le forze del presidente eletto sono arrivate nella capitale economica Abidjan; dura lotta sarà la conquista del bastione sudista fedele all’ex presidente. Intanto il consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato altre sanzioni, mirate strettamente all’entourage di Gbagbo; troviamo restrizioni riguardo l’espatrio e congelamenti dei beni economici.

Sarebbe stupido pensare che, anche con la fine della diarchia si risolvano i problemi, è lecito pensare invece che il nuovo presidente si ritrovi un paese comunque diviso in due fazioni, starà a lui cercare un’unità ancora difficile dopo quasi dieci anni di guerra civile.

pbacco

Due pesi e due misure

Premettendo che, non sono un’estimatore dell’uso della forza, mi trovo comunque ad appoggiare l’intervento internazionale in Libia; trovate una sintesi del perchè nel post “In certi casi il tempo cambia” del 19 marzo. Devo altresì ammettere, come scritto nell’altro post “Prime crepe” del 21 marzo, le varie critiche, a volte anche giuste, su come si svolgono le operazioni e sul fine delle stesse. Il post di oggi però verte, come da titolo, dall’uso di due pesi e due misure, che la comunità internazionale ha riguardo le crisi. Come detto, in Libia c’è stata una risoluzione atta a legittimare l’uso della forza (1973); va precisato che questa risoluzione precede un’altra (1970) volta a limitare economicamente il regime del colonnello, questo però non ha escluso una nuova escalation militare. Una simile volontà politica non si è trovata durante la crisi ivoriana (almeno da parte occidentale), dove ci si è fermati a sanzioni economiche; si dirà che li il governo non bombarda i civili, ma bisogna far notare che comunque il paese è vicino ad una guerra civile; si potrà dire che nel paese erano già presenti dei militari dell’ONU, sta di fatto che un’intervento militare non è stato preso in considerazione, ultima notizia dava un voto sfavorevole della comunità ECOWAS (stati Africa ovest) contro un’azione militare da parte dei propri membri contro la Costa d’Avorio. Come altro esempio citiamo il Sudan, prima nel sud con una guerra civile, poi in Darfur dove si è perpretrato (ma continua ancora) un genocidio, anche in questo caso nessun intervento militare è stato attuato. Tornando indietro nel tempo nel Ruanda del 1994 durante il genocidio tra Hutu e Tutsi, l’occidente ha proprio girato le spalle duranti gli eccidi. Anche oggi giorno sia in Bahrain, sia in Yemen ci sono governi che usano la forza per piegare la volontà delle persone; in questo caso solo alcune parole, a volte dette a bassa voce, di condanna. In ogni crisi internazionale troviamo stati interessati alla vicenda, con favorevoli a conservare la status quo da un lato e, dall’altro quelli che vogliono un cambiamento; questo avviene sia per fattori economici che politici. Per essere cinici è sempre accaduto così e così continuerà sempre. Un distinguo di comportamento dovremmo attuarlo noi occidentali, essendoci proclamati portatori (su alcune cose è vero) di valori alti quali libertà, democrazia, ecc. È per questo che ci si aspetterebbe un’atteggiamento diverso, che il più delle volte non avviene.

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Turbine degenerativo

La situazione in Costa d’Avorio peggiora costantemente, adesso attacchi tra le due fazioni si hanno anche nella capitale finanziaria Abidjan, a dire il vero scaramucce ci sono sempre state, la differenza è che ora si parla di uso di armi da fuoco come fucili. Purtroppo la paventata guerra civile è sempre più vicina. Il regime di Gbabgo ormai strangolato finanziariamente (l’ultima mossa è stata quella nazionalizzare la vendita del cacao) ed internazionalmente, si trova in mano solo la carta di un’agitazione sociale, per poter sperare di guadagnare posizioni nel suo gioco per la sopravvivenza.

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Dove non riesce la politica, arriva il denaro

L’ultima mossa del morente, in senso economico, regime di Laurent Gbagbo è stata quella di nazionalizzare le banche del paese ivoriano, nel tentativo di trovare il denaro che serve a mantenere il suo potere nel sud del paese, cioè per pagare i funzionari statali e l’esercito. La Costa d’Avorio sembra essere ritornato un paese diviso in due parti, come durante la crisi precedente; la parte nord è in mano alle milizie pro Ouattara, ed è la stessa zona da dove il presidente riconosciuto vincitore ha avuto il maggior numero di voti, la zona a sud, invece pro Gbagbo è anche quella più ricca in senso economico e naturale (clima e risorse).

Quest’ultima mossa, giunge dopo alcune indiscrezioni in base alle quali si sarebbe parlato in ambienti vicino all’ex presidente, di creare una nuova moneta (moneta della restistenza) per contrastare il CFA e la politica della CEDEAO (comunità economica paesi ovest Africa) mirante ad isolare economicamente il vecchio regime.

Insomma, il presidente perdente, ormai isolato economicamente sia dagli stati africani, sia dagli USA e dall’Europa (ho ancora qualche dubbio su Russia e Cina), cerca degli espedienti per cercare una via d’uscita in cui mantenere ancora un minimo di potere, una sorta di governo di unità nazionale, in cui ricoprire magari la carica di primo ministro, senza perdere così tutti i privilegi e gli affari. Come già detto in un post precedente, protrarre per avere più potere contrattuale in un’eventuale pace.

pbacco

Quando il tempo rende forti

Su di una cosa aveva ragione Laurent Gbagbo, quando affermava che più si sarebbe prolungata la sua permanenza al potere, più avrabbe avuto possibilità di vincere. Come aveva presagito, col passare del tempo l’attenzione, sia dei media (che al massimo rimangono su di una notizia due settimane), sia da parte delle potenze estere, sarebbe scemata avvantaggiando lo stesso ex-presidente. Le cancellerie estere, disse, si troveranno a confrontarsi con nuovi problemi internazionali, portando in secondo piano la lotta in Costa d’Avorio; mai previsione fu più azzeccata. Resistere, fino a far passare la tempesta, così che poi nessuno si ricordi degli avvenimenti. Intanto l’ONU si trova a dover fronteggiare l’ennesimo conflitto, senza avere delle risorse appropriate, perchè spuntate dai veti, frutto degli interessi che le altre nazioni hanno nel gioco mondiale.

pbacco