La/le crisi

Con questo post ho voluto racchiudere, in un unico articolo, tutti i ragionamenti sulla crisi scoppiata nel 2008.

Come prima cosa, ho pensato che il termine la crisi, sia ormai superato. Quella che chiamiamo crisi è in realtà un insieme di crisi: sociale, politica, economica; stranamente è anche la stessa crisi che ha cambiato faccia, da finanziaria e privata ha raggiunto l’industria, infine ha aggredito anche il pubblico con una crisi del debito statale.

È stata più volte associata alla famosa crisi del 1929, ma con questa ha solo dei punti in comune; le tre cause principali, la sottovalutazione del rischio, mancanza di regole e l’avidità umana. Il mondo da allora è profondamente cambiato, l’occidente non è più il perno del mondo, l’economia si è realmente globalizzata, quel poco di stato sociale che è rimasto dopo l’ultra liberalismo ha comunque mitigato alcune situazioni critiche. Per semplificare quella del 29 fu dovuta a fattori di sovrapproduzione, seppur con distorsioni finanziarie; quella odierna è una crisi strutturale.

Partiamo con l’analizzare la sua nascita, che sembrerebbe essere localizzata nel breve periodo, invece possiamo iniziarne ad intravederne le basi almeno trent’anni prima.

Negli anni settanta infatti è cominciato un progressivo abbassamento dei livelli di retribuzione (in valori assoluti), dovuto al progressiva diminuzione della produttività; in poche parole, per compensare la minore produzione pro capite di beni, che avrebbe causato un aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, si è incominciato a tagliare le retribuzioni del personale. Il periodo citato è l’inizio del fiorire della nuova ondata di neoliberalismo economico e politico, secondo cui il mercato è sovrano ed è capace di auto limitarsi e regolarsi.

Anni ottanta, si cerca di compensare la perdita di produzione reale, attraverso una spinta verso un’economia finanziaria favorita da una legislazione ed un fisco favorevoli. Questo avviene soprattutto in Gran Bretagna dove si viene a creare uno dei centri più importanti a livello globale, la City di Londra. L’epoca del neoliberismo rampante, dove il libero mercato ha la superiorità su tutto. La regola base è che il mercato è sovrano, detta il prezzo dei beni e dei servizi autoregolamentandosi; sono gli anni delle iperliberalizzazioni e deregolamentazioni di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher.

Negli anni 90, si realizza quella che viene chiamata la bolla di internet; con lo sviluppo delle prime società dedite allo sviluppo di software per il nuovo mercato della rete. Una grossa azione speculativa cerca guadagni facili da questo mercato che è in forte espansione. Quando avviene un primo sgonfiamento delle aspettative, cioè quando scoppia la bolla, la finanza cerca di fare profitto spostando il suo mirino e i capitali verso beni più materiali. Ecco che abbiamo l’inizio della bolla speculativa sulle case. Proprio in questo decennio un’altra valvola di sicurezza viene chiusa; la legge Glass-Steagall act del 1933, che impediva la promisquità delle banche d’affari con quelle commerciali, viene abrogata. L’insieme di quelle regole, nate dopo la crisi del ventinove, sono cadute lasciando il mercato libero da regole e senza freni.

Anni 2000, con la guerra al terrorismo dopo gli attentati negli Stati Uniti, si crea un forte aumento dell’indebitamento statale atto a finanziare le due costose guerre (Afghanistan ed Iraq), ed una politica di tassi dei mutui agevolati adottata dalla FED per stimolare il mercato immobiliare. Soprattutto nella società americana, dove il credito al consumo è presente in grandi quantità, l’aumento del valore degli immobili ha causato un maggiore indebitamento delle famiglie, che si vedevano accrescere la base della garanzia verso nuovi finanziamenti, visto che il valore della casa a garanzia dell’importo aumenta costantemente.

Questo fino al momento in cui le prime persone non hanno potuto più pagare le rate del mutuo, vuoi perché troppo indebitate, o perché avevano perso il lavoro. Con una morosità diffusa e la conseguente diminuzione nelle compravendite delle case, il valore stesso dell’immobile è crollato, le banche che non rientrando degli investimenti fatti, si trovavano con enormi buchi di bilancio.

Lo stato per salvare il sistema bancario, visto che non esiste più una divisione tra banche d’affari e commerciali, quindi per non creare un terremoto nell’economia reale, si indebita ulteriormente dopo l’enorme carico dovuto alle spese militari, spostando la crisi da finanziaria a crisi di debito. In questo periodo avviene un forte attacco speculativo agli stati, specialmente in Europa, ancora priva di un governo comune.

Per semplificare, prendiamo come esempio una macchina. Per raggiungere più velocemente la destinazione (guadagno), si era continuamente schiacciato l’acceleratore, avendo però smantellato l’impianto frenante. Tutto procedeva bene, fino quando un rallentamento non ha costretto l’arresto della macchina. Ecco che la troppa velocità (le speculazioni ardite) unito ad un impianto frenante depotenziato (cancellazione leggi e deregolamentazione selvaggia) hanno portato ad un brusco incidente. Anche le cause sui passeggeri (la società) è una metafora della situazione, chi aveva allacciato la cintura di sicurezza e aveva degli airbag si è salvato, chi non aveva protezione ha miseramente affrontato le conseguenze.

pbacco

 

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L’abdicazione

Molto è stato scritto, e molto di più verrà ancora scritto, riguardo la rinuncia di papa Benedetto XVI.

Una cosa certamente assodata è che ci troviamo di fronte ad un evento epocale, il primo nell’arco di quasi duemila anni. Sì, sono esistiti eventi simili, ma le modalità e la motivazione erano completamente differenti.

Ho notato un certo smarrimento più tra i laici che tra i fedeli, una tesi complottistica che cerca il surreale, domande di giornalisti che rasentano l’idiozia.

Semplicemente bisogna vedere questo avvenimento come un’abdicazione reale, essendo il pontefice uno degli ultimi sovrani assoluti. I regnanti cessano la loro funzione solamente in due casi, che troviamo anche in questo parallelismo:

  1. caso fisico, morte corporale o impossibilità fisica nel mantenimento delle funzioni
  2. caso politico, sconfitta in guerra o avvicendamento per questioni interne alla casa regnante

Certamente i problemi interni alla chiesa (tuttora presenti ed irrisolti) hanno influenzato la decisione, nel senso che hanno minato una situazione fisica già influenzata dalla vecchiaia, ma personalmente sono più propenso a pensare che la causa principale sia la prima.

Guardando la questione, sempre sotto la lente politica, è facile supporre che dopo il 28 febbraio alle ore 20, il santo padre cesserà le sue funzioni politiche, verranno distrutti i sigilli pontifici (l’anello), cadrà il governo vaticano (congregazioni), si instaurerà un interregno in attesa dell’elezione del nuovo successore. Unica differenza rispetto gli altri avvicendamenti è che la morte del papa non sarà fisica ma solo giuridica. Quindi il cardinal Ratzinger ritornando un semplice cristiano, non avrà più i poteri regnanti.

Diversa la questione teologica, essendo il papato la somma del potere politico e religioso; certamente questo episodio creerà una nuova figura insolita nella chiesa romana, quella del papa emerito. Non credo comunque che si verrà a creare un reale dualismo, questo per tre motivi:

  • La figura morale dell’odierno papa è altissima, devoto servitore della chiesa non cercherà una divisione che ne indebolirebbe la struttura.
  • Il vero indirizzo morale e politico, è già stato delineato, sia durante le ultime decisioni personali, sia durante le nomine dei nuovi cardinali elettori. Avendo scelto la maggior parte di questi, il sommo pontenfice ha delineato, oltre che la nomina, anche l’indirizzo politico del prossimo papato.
  • Una reale volontà in un ritiro di studio, lasciando il potere politico ad altri.

 Ricordiamo che questo papa prima che pastore era (ed è) un teologo, certamente ha dovuto adattare la sua indole alla nuova attività, favorendo uno stile più paterno rispetto a quello del professore. Non dimentichiamo che, entrato come un solido conservatore sul soglio pontificio, lo stesso ha effettuato alcune rivoluzioni impensabili al momento della sua nomina a successore di Pietro. Visto come puro studioso, bisogna riconoscergli una forza realista di fronte alle questioni tra fede e ragione, riguardo il problema della crisi di fede in Europa, il rapporto tra cristianesimo e islam e tra le varie anime del cristianesimo (il rapporto con i protestanti). Ancora più importante è la questione economica; il suo regno si è svolto durante la peggiore crisi dell’ultimo cinquantennio, il suo messaggio per una revisione del sistema economico, soprattutto quello finanziario, è stato forte e deciso. Riguardo la questione economica bisogna ricordare il tentativo di riforma della banca vaticana dello IOR, seppur non del tutto completata. Forte è stato il suo monito contro il carrierificio di alcuni prelati verso cariche di potere. Innovativo l’uso di nuove tecnologie per comunicare ed evangelizzare, vedi Twitter.

Un’enorme differenza tra la fine del suo pontificato e quello di Giovanni Paolo II. Uno è rimasto papa fino al momento ultimo di vita, con un importante periodo di malattia invalidante portato a testimonianza; l’altro invece lascia perché sente che non riesce più a reggere le fatiche del papato, e per non indebolire la chiesa romana sceglie la successione.

Non è mai facile subentrare in una carica, soprattutto considerando il carisma ed il lungo regno del predecessore, i ventisette anni di un papato di Wojtyla.

Aperta la corsa per la successione, nella lista dei papabili sono dati per favoriti anche due africani. Che il prossimo successore di Pietro sia africano avrei qualche dubbio, non fosse altro perché il detto recita: “chi entra papa in conclave esce cardinale”; certamente il futuro numerico della chiesa è nel sud America e l’Africa, che però sono ancora sotto rappresentati nel conclave.

pbacco

Germania sì Germania no Europa gnamme la terra incompleta

Sì, ho ripreso, e non è una novità, una canzone per titolare questo post.

Come avete capito, oggi parleremo della Germania e dell’Europa.

Una cosa certa è che, la Germania, essendo la prima economia continentale, si trova in posizione di forza; questo però non deve essere il preludio per un dominio continentale teutonico.

Sicuramente, su alcune argomentazioni ha ragione; per esempio il rigore, dopo anni di trascuratezza nei conti è d’obbligo avere una prassi di trasparenza e rigidità.

Altresì, è però discutibile quando il rigore richiesto oggi, non veniva applicato alcuni anni addietro, proprio quando i tedeschi e i francesi hanno premuto per cambiare il patto di Maastricht, perché essi stessi erano fuori dai parametri tra deficit e pil (allora fissato al 3%); anche quando vengono spese risorse ingenti e celeri per il salvataggio delle banche spagnole, di cui Berlino con le sue banche detiene una grossa somma del debito, quando invece per la crisi greca si è aspettato troppo tempo, così da lasciare Atene ancora più sola, facendola sprofondare nel turbinio dei creditori e speculatori.

Solo in ultima istanza si è convertita ad un allargamento dei poteri europei sulla finanza, questo perché ha cominciato a vedere che anche i suoi interessi erano minacciati dalla crisi della moneta Euro.

Ancora oggi, ci troviamo con un’Europa che ha un mercato comune, una moneta comune, una banca centrale comune (che però non può prestare direttamente soldi agli stati). Il problema giunge quando affiancato a questa zone comune non esistono una politica economica comune, così come un organismo unificato di controllo.

Riorganizzare al più presto il piano per salvare l’Euro, l’unico baluardo che oggi abbiamo di un’Europa unita, è fondamentale per salvaguardare il progetto incompleto di integrazione.

Ancora una volta, per avere un impulso verso un avanzamento del processo di unione degli stati continentali, è dovuta venire una crisi. Il primo stadio è arrivato nel dopo-guerra con la creazione della CECA, ora con la crisi odierna forse avremo il secondo; speriamo che questa depressioni porti almeno una cosa buona.

pbacco

DemoCRACzia

Scusate il gioco di parole, ma mi sembrava un titolo riassuntiuvo per il post: democrazia che si è rotta (crac).
Stando agli ultimi avvenimenti, soprattutto nei paesi occidentali, sembrerebbe che la democrazia, almeno quella conosciuta da noi, sia in crisi. Certamente il periodo di stagnazione o recessione economica non aiutano il clima sociale, sta di fatto che, la democrazia rappresentativa, è sotto “attacco”.
Questa crisi, è dovuta sia per fattori interni, sia da fattori internmazionali. Da una parte, è avvenuto uno scollamento della classe politica verso le aspettative della cittadinanza, istanze di una vera rappresentitività, unite alla crescente crisi occupazionale. Esempi, che sono sotto gli occhi di tutti, sono le varie forme di protesta sociale, gli indignados in Spagna, le proteste contro Wall Street e lo stato negli Stati Uniti. Un segnale è presente anche in Italia dove, recentemente, i quesiti referendari hanno avuto un notevole afflusso di votanti; linea confermata dalla quantità di firme per una possibile nuova consultazione sulla legge elettorale.
Sul piano internazionale, questo poco appeal viene diffuso dalla Cina, uno stato ibrido, dove l’economia è iper-liberalista, mostrando però, ancora una chiusura politica (seppur con qualche cambiamento). In questo caso il dirigismo politico, è una vera manna per gli investitori, che vedono un’economia in piena espansione, libera da lacci che, giustamente, regolano il lavoro nei paesi occidentali. Essendo il paese asiatico, un modello per gli stati dell’area, ci troviamo di fronte ad un’esportazione del modello di sviluppo, che prevede le due considerazioni citate.
Sarebbe però riduttivo affermare che in ogni parte del mondo ci sia lo stesso andamento, come già ripetuto, nel vicino oriente ed in Africa del nord, ci sono stati movimenti popolari, in cui uno dei fini era proprio maggiore libertà e democrazia.
Insomma, è una riflessione di chiaro-scuri, dove, popoli che per decenni sono stati assoggettati a tiranni si risvegliano, mentre noi, forse un po’ intorpiditi, ci lasciamo scappare diritti conquistati dai nostri nonni.

pbacco

È una crisi africana con cause occidentali

Il titolo è provocatorio, ma contiene anche una verità; riprendo il discorso, iniziato nel post sulle cause delle rivoluzioni nei paesi islamici. Questa volta allargheremo lo sguardo anche alla recente crisi in Burkina Faso.

Come già detto, essendo portatore della visione pluricasuale, cioè che un dato avvenimento è causato da più fattori, elencherò le varie forze che agiscono in queste crisi.

Crisi sociale, nazioni con una popolazione media molto giovane sotto i 25 anni, più propensa alle novità e dinamica verso le nuove tecnologie. Con la costruzione di una scuola minima garantita, almeno nelle città (anche se non per tutti) una sempre maggiore fetta di popolazione ha le possibilità di conoscere e imparare nuovi saperi, così da potersi emancipare mentalmente dalle tradizioni delle generazioni precedenti. Insomma, troviamo sì in queste società ancora retaggi passati di cultura tradizionale, affiancata però da una nuova generazione che ha delle conoscenze dei propri diritti e capacità enormemente superiori rispetto ai genitori; se poi aggiungimo il sempre più diffondersi di costumi occidentali, troviamo uno scollamento, per non dire una frattura, tra le due età. Giovani immersi nel mondo globale conoscono meglio di altri gli avvenimenti esterni, senza più la censura (sia quella statale, sia quella famigliare).

Crisi economica, per via della crisi globale, derivata da quella statunitense, si sono create delle speculazioni su beni primari; avendo perso la bolla finanziaria, i fondo monetari si sono spostati su quelli più reali, materie prime, sia agricole che minerarie. Se poi aggiungiamo che, con la lenta ripresa dei consumi energetici e l’aggiunta delle crisi nei paesi produttori di petrolio, troviamo un’aumento del prezzo del greggio che è la fonte di maggior costo nella produzione agricola: non solo pesticidi, ma anche trasporti. In aggiunta troviamo una politica, sia europea che statunitense, propensa nel proteggere e finanziare, il mercato agricolo interno; la causa è che alcune volte è più vantaggioso importare merce europea in africa, che non comprare direttamente da produttori locali, questo anche per via di una rete di trasporti deficitaria, che non consente un veloce spostamento delle merci tra località diverse. Indebolire l’agricoltura in Africa vuol dire indebolire l’80% della popolazione che vive (o sopravvive) di agricoltura. Sullo sfondo c’è sempre una povertà, alcune volte estrema, con una disoccupazione elevatissima.

Crisi politica, troviamo salve rare eccezzioni, una classe politica tribale, che cerca sempre di portare favori alla famiglia/tribù di apparteneza. Una corruzione diffusa che non permette l’emergere di novità, ma premia le amicizie rispetto i meriti.  Insomma c’è uno scollamento tra società civile e governanti, un solco che non permette più al potere politico di intercettare le istanze della popolazione, acuendo una situazione già delicata.

Nel caso burkinabè bisogna aggiungere la crisi ivoriana. Non essendo un paese rivierasco, il Burkina Faso per potersi approviggionare di qualsiasi merce importata, deve dipendere da uno dei paesi a sud, che hanno una possibilità di porto; essendo fortemente legata economicamente, socialmente e viabilisticamente con la Costa d’Avorio, la sua crisi di questo paese ha inevitabilmente portato un peggioramento anche nel vicino ex-Alto Volta. Non solo, da quando la crisi ad Abidjan si è acuita, anche l’approviggionamento di elettricità è venuto a mancare, causando uno scompenso di energia che ha portando alla razzionalizzazione della corrente. Troviamo altresì una cristallizzazione del potere, nelle mani della stessa persona, che ha già cambiato la costituzione due volte per potersi farsi  rieleggere; non contento vuole ricambiarla per giustificare la sua partecipazione nel 2015 alle prossime elezioni.

pbacco