Il mondo che (non) crede

Questo non vuole essere un post critico nei confronti della società attuale, né un’analisi della crisi religiosa contemporanea; vuole solo analizzare in quali ambiti la parola fiducia rientra tra le caratteristiche principali.

Fiducia è un atteggiamento, verso altri o verso sé stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità.

Provate a pensare quando prendete un aereo. Inconsciamente vi fidate che il pilota sia nelle capacità di pilotare l’aereo, che quindi abbia preso la licenza di volo e che sia fisicamente adatto a svolgere il proprio mestiere. Altresì avrete fiducia nella società di trasporto che ha in opera la manutenzione del velivolo, che quindi abbia svolto tutte le revisioni opportune.

Si è portati a pensare che la fiducia riguardi solo la sfera personale o quella della religione; in fondo fiducia e fede (credere) sono sinonimi. Questo è sicuramente vero, ma non esaurisce completamente gli ambiti trattabili.

Società

Essendo un animale di gruppo, l’uomo deve affidarsi ad altri individui simili per soddisfare i propri bisogni, siano essi materiali sia immateriali. Alla base di ogni relazione, sia essa lavorativa o affettiva (amore e amicizia), la fiducia è il legame fondamentale, senza la quale non è possibile stabilire una relazione continuativa. Il rapportarci verso l’altro, per far si che la collaborazione continui, deve comprendere la sicurezza e la tranquillità, il credere nell’altro. Anche la pubblicità lavora su questo piano, compriamo maggiormente beni da aziende famose, perché abbiamo più fiducia nel marchio e quindi nella qualità del bene acquistato.

Politica

La fiducia nel campo della politica è la rappresentanza verso un’istituzione o una persona, il sentirsi rappresentato da una figura o da un ente. Questo è maggiormente vero nel nostro sistema democratico, dove l’elezione si basa sulla fiducia verso un rappresentante da parte del rappresentato. Quando tra le aspettative e i risultati si viene a creare un divario troppo elevato, la fiducia cala e quindi la stessa democrazia è in pericolo. La fiducia, è anche l’atto fondamentale che segna la nascita del governo. La votazione del parlamento (espressione del volere dei cittadini) da il mandato (attraverso il voto e la fiducia) al governo (potere esecutivo) di attuare le norme e leggi emanate.

Economia

Sembra strano ma anche alla base dell’economia vige la fiducia. Tutta l’economia finanziaria si fonda sul credere. Pensate ai prestiti bancari, sono una fiducia (seppur calcolata) che il prestatore riavrà indietro i soldi prestati. Stesso discorso vale per la spiegazione del famoso spread, cioè il differenziale tra i BTP e i Bund tedeschi; alla base c’è sempre la fiducia che gli investitori hanno dello stato che emetti i titoli di credito, più uno stato è insolvente più il costo per procurarsi il denaro è maggiore. Anche alla base della creazione della moneta stessa, c’è la parola fiducia. Lo Stato (o ente) che emette la moneta garantisce (cioè pone fiducia) che quel pezzo di metallo o carta avrà lo stesso valore e spendibilità verso altri soggetti.

Un mondo che non crede più (non ha più fiducia) nel prossimo, che non ha più fiducia nelle istituzioni e non ha più fiducia nell’economia è una società destinata ad atrofizzarsi e morire lentamente.

La crisi attuale è per prima cosa una sfiducia economica, politica e sociale.

pbacco

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La/le crisi

Con questo post ho voluto racchiudere, in un unico articolo, tutti i ragionamenti sulla crisi scoppiata nel 2008.

Come prima cosa, ho pensato che il termine la crisi, sia ormai superato. Quella che chiamiamo crisi è in realtà un insieme di crisi: sociale, politica, economica; stranamente è anche la stessa crisi che ha cambiato faccia, da finanziaria e privata ha raggiunto l’industria, infine ha aggredito anche il pubblico con una crisi del debito statale.

È stata più volte associata alla famosa crisi del 1929, ma con questa ha solo dei punti in comune; le tre cause principali, la sottovalutazione del rischio, mancanza di regole e l’avidità umana. Il mondo da allora è profondamente cambiato, l’occidente non è più il perno del mondo, l’economia si è realmente globalizzata, quel poco di stato sociale che è rimasto dopo l’ultra liberalismo ha comunque mitigato alcune situazioni critiche. Per semplificare quella del 29 fu dovuta a fattori di sovrapproduzione, seppur con distorsioni finanziarie; quella odierna è una crisi strutturale.

Partiamo con l’analizzare la sua nascita, che sembrerebbe essere localizzata nel breve periodo, invece possiamo iniziarne ad intravederne le basi almeno trent’anni prima.

Negli anni settanta infatti è cominciato un progressivo abbassamento dei livelli di retribuzione (in valori assoluti), dovuto al progressiva diminuzione della produttività; in poche parole, per compensare la minore produzione pro capite di beni, che avrebbe causato un aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, si è incominciato a tagliare le retribuzioni del personale. Il periodo citato è l’inizio del fiorire della nuova ondata di neoliberalismo economico e politico, secondo cui il mercato è sovrano ed è capace di auto limitarsi e regolarsi.

Anni ottanta, si cerca di compensare la perdita di produzione reale, attraverso una spinta verso un’economia finanziaria favorita da una legislazione ed un fisco favorevoli. Questo avviene soprattutto in Gran Bretagna dove si viene a creare uno dei centri più importanti a livello globale, la City di Londra. L’epoca del neoliberismo rampante, dove il libero mercato ha la superiorità su tutto. La regola base è che il mercato è sovrano, detta il prezzo dei beni e dei servizi autoregolamentandosi; sono gli anni delle iperliberalizzazioni e deregolamentazioni di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher.

Negli anni 90, si realizza quella che viene chiamata la bolla di internet; con lo sviluppo delle prime società dedite allo sviluppo di software per il nuovo mercato della rete. Una grossa azione speculativa cerca guadagni facili da questo mercato che è in forte espansione. Quando avviene un primo sgonfiamento delle aspettative, cioè quando scoppia la bolla, la finanza cerca di fare profitto spostando il suo mirino e i capitali verso beni più materiali. Ecco che abbiamo l’inizio della bolla speculativa sulle case. Proprio in questo decennio un’altra valvola di sicurezza viene chiusa; la legge Glass-Steagall act del 1933, che impediva la promisquità delle banche d’affari con quelle commerciali, viene abrogata. L’insieme di quelle regole, nate dopo la crisi del ventinove, sono cadute lasciando il mercato libero da regole e senza freni.

Anni 2000, con la guerra al terrorismo dopo gli attentati negli Stati Uniti, si crea un forte aumento dell’indebitamento statale atto a finanziare le due costose guerre (Afghanistan ed Iraq), ed una politica di tassi dei mutui agevolati adottata dalla FED per stimolare il mercato immobiliare. Soprattutto nella società americana, dove il credito al consumo è presente in grandi quantità, l’aumento del valore degli immobili ha causato un maggiore indebitamento delle famiglie, che si vedevano accrescere la base della garanzia verso nuovi finanziamenti, visto che il valore della casa a garanzia dell’importo aumenta costantemente.

Questo fino al momento in cui le prime persone non hanno potuto più pagare le rate del mutuo, vuoi perché troppo indebitate, o perché avevano perso il lavoro. Con una morosità diffusa e la conseguente diminuzione nelle compravendite delle case, il valore stesso dell’immobile è crollato, le banche che non rientrando degli investimenti fatti, si trovavano con enormi buchi di bilancio.

Lo stato per salvare il sistema bancario, visto che non esiste più una divisione tra banche d’affari e commerciali, quindi per non creare un terremoto nell’economia reale, si indebita ulteriormente dopo l’enorme carico dovuto alle spese militari, spostando la crisi da finanziaria a crisi di debito. In questo periodo avviene un forte attacco speculativo agli stati, specialmente in Europa, ancora priva di un governo comune.

Per semplificare, prendiamo come esempio una macchina. Per raggiungere più velocemente la destinazione (guadagno), si era continuamente schiacciato l’acceleratore, avendo però smantellato l’impianto frenante. Tutto procedeva bene, fino quando un rallentamento non ha costretto l’arresto della macchina. Ecco che la troppa velocità (le speculazioni ardite) unito ad un impianto frenante depotenziato (cancellazione leggi e deregolamentazione selvaggia) hanno portato ad un brusco incidente. Anche le cause sui passeggeri (la società) è una metafora della situazione, chi aveva allacciato la cintura di sicurezza e aveva degli airbag si è salvato, chi non aveva protezione ha miseramente affrontato le conseguenze.

pbacco

 

E se il terrorismo avesse già vinto?

Domanda retorica e provocatoria, che mi è balenata nella mente già da parecchio tempo, ma che dopo le recenti notizie riguardo il caso datagate, ho deciso di trasformare in post.

Partendo dal fatto che, lo scopo principale delle forze terroristiche, non potendo sconfiggere l’avversario attraverso un’azione militare, è quello come prima cosa di modificare le abitudini dei cittadini provocando terrore e paura, come secondo fine quello di colpire l’economia del nemico cercando di affossarlo sul piano monetario.

Il più grande scontro terroristico contemporaneo è tra l’occidente, incarnato dagli Stati Uniti d’America, ed il fondamentalismo islamico. Scopo di Al Qaeda, e della galassia a lei collegata, è una lotta contro i valori moderni portati dagli occidentali, una conservazione dei valori tradizionali, unita ad una rivalsa verso i rancori del colonialismo in medioriente.

Come detto, non potendo competere con gli eserciti ipertecnologici occidentali, i terroristi hanno lo scopo di destabilizzare i medesimi stati attraverso una guerra economica; Osama Bin Laden dixit: lo scopo di Al Qaeda è minare l’economia americana.

Dopo gli attentati dell’undici settembre la reazione USA è stata indirizzata verso una lotta mondiale al terrorismo. Questo ha portato sul piano internazionale alla creazione di due guerre, una in Afghanistan e l’altra in Iraq (quest’ultima sul piano teorico). Questi due conflitti hanno portato conseguenze nefaste alle casse dello stato, infatti l’aumento del debito pubblico, dovuto alle spese militari unito all’abbassamento dei tassi di interesse sui mutui per stimolare un’economia sotto tono, sono una delle cause della crisi economica del 2008.

Sul piano interno la promulgazione del Patrioct Act, ha permesso l’uso di nuovi strumenti di azione atti a prevenire ulteriori attacchi terroristici. Se questo strumento ha effettivamente impedito un numero imprecisato di attentati, non bisogna mai dimenticare che ha cambiato le abitudini le libertà e la privacy dei cittadini, ricordandoci anche che non hanno del tutto fermato nuovi attentati, vedi esempio di Boston.

Gli obiettivi prefissati dai terroristi sono stati raggiunti. L’economia è in crisi e la potenza americana, anche quella militare, ha risentito una recessione dovuta ai tagli nel bilancio federale; sul piano della psicologia, troviamo una società impaurita e con meno libertà. Insomma una piccola vittoria del fondamentalismo.

In chiusura vorrei sottolineare che, l’adesione al programma PRISM da parte delle aziende di telecomunicazioni o inerenti ad internet è di libero ingresso (infatti per esempio Twitter non aderisce), e non obbligatorio per legge. La strategia governativa sembrerebbe quella di usare una enorme rete a strascico, sperando di raccogliere nella miriade di comunicazioni alcuni indizi provatori; la strategia delle corporation sembrerebbe quella di entrare nel programma per non avere problemi con le autorità, in tutto questo chi ci perde è il cittadino onesto.

pbacco

Qatar, piccolo grande emiro

Un piccolo emirato della penisola araba, sta aumentando la sua visibilità internazionale, sia economicamente sia diplomaticamente.
Diventata una monarchia costituzionale, dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1971, il Qatar, anche grazie alle sue risorse energetiche abbondanti, soprattutto di gas metano, attua una politica espansiva per cercare di diversificare l’economia; molto esplicito è il motto della QIA (che verrà spiegata prossimamente): “Traghettare il Qatar da un’economia fossile ad un’economia di conoscienza“.
Importante l’attività svolta tramite la Qatar Investment Authority, fondo sovrano che gestisce gli investimenti esteri dell’importante ricchezza accumulata tramite le esportazioni.
Tramite il braccio operativo della finanziaria Qatar Foundation, ha importanti partecipazioni azionarie in molte imprese europee, soprattutto inglesi e francesi; da questa holding sono state create delle società ad hoc per i singoli settori di investimento.
Così troviamo la Qatar Sport, che possiede la squadra di calcio Paris Saint-Germain; o Qatar Luxury Group, che comprendenti i marchi di lusso delle partecipate.
Ecco cosa possiede direttamente, o indirettamente, l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani.
Sport: oltre la proprietà del Paris Saint-Germain, c’è la sponsorizzazione del Barcellona FC; da sottolineare l’importante vittoria per l’aggiudicazione dei mondiali di calcio che si terranno nel 2022.
Lusso: Le Tanneur marchio storico della pelletteria francese, partecipazioni in Tiffany, Lvmh maggiore multinazionale specializzata in beni di lusso (alcuni esempi: Moët et Chandon, Bulgari, De Beers Diamond Jewellers, Dior, TAG Heuer, Louis Vuitton, Fendi, Givenchy, Kenzo). Di pochi giorni fa è la notizia dell’acquisto del noto marchio di moda italiano Valentino.
Finanza: partecipazione nel London Stock Exchange (che nel 2007 si è fusa con Borsa Italiana), quote della banca inglese Barclays.
Trasporti: Qatar Airways una delle più giovani e più dinamiche compagnie aeree mondiali.
Media e comunicazione: la più famosa è sicuramente l’emittente satellitare con base a Doha Al Jazeera; importanti partecipazioni troviamo nel gruppo Lagardére (editore di Elle e Paris Match). In Vivendi società francese attiva nel campo della musica, della televisione e del cinema, dell’editoria, delle telecomunicazioni e di Internet.
Commercio: Sainsbury una delle più importanti catene di supermercati inglese; magazzini Harrods.
Educazione, scienza e ricerca: importanti investimenti in università create in loco.

In Italia, possiede quote in ENI (il 3%), una partecipazione al gassificatore di Rovigo, la propietà dell’hotel Gallia; senza contare la recente acquisizione del Gruppo Valentino. Prossimi sviluppi, si aspettano dal settore televisivo nostrano.

Altro fattore espansivo, oltre l’economia è il ruolo diplomatico, che lo stato asiatico ha intrapreso, con sempre maggior forza. In tandem con Arabia Saudita, il grande vicino, ha svolto un ruolo principale nelle varie primavere arabe; basta citare la partecipazione militare diretta durante la guerra in Libia, la fornitura di armi ai rivoltosi, o le varie sovvenzioni economiche alle rivolte.

La sua vicinanza verso le primavere arabe, anche tramite l’utilizzo della sua emittente satellitare, ha avuto come contraltare il silenzio verso la sollevazione del vicino Bahrein, o i primi accenni di rimostranze nel paese dei Saud.
Unico paese dell’area ad avere una chiesa cristiana sul proprio territorio, dimostra una tiepida apertura, seppur non permette l’ostentazione di simboli religiosi non islamici.
Unico paese a non essere stato toccato dalle rivolte, anche grazie a una migliore distribuzione del denaro proveniente dall’esportazione del metano, situazione che non ha permesso la nascita delle criticità che hanno portato altri paesi a sommosse o ancora di più alla ribelione.

pbacco

Il ragazzo della via Gluck 2.0

Spero mi perdoni Celentano, ma userò una sua canzone come spunto per un racconto riammodernato dell’Italia. Come la celebre canzone del cantante milanese, parlerò del problema ecologico/immobiliare, aggiornandolo del mutamento odierno; più nello specifico ho preso spunto da questa strofa:

la dove c’era l’erba ora c’è una città, e quella casa in mezzo al verde ormai, dove sarà?.

Il numero due dopo il titolo del brano, indica appunto la seconda versione, che andrò a descrivere.

Punto di partenza, è stato di notare il cambiamento che ha interessato la città delle cento ciminiere Busto Arsizio, negli ultimi vent’anni. Segno di questo mutamento è stato il progressivo abbattimento dei camini, ormai si potrebbe dire che il vecchio nome andrebbe cambiato, si potrebbe chiamarla città delle cento gru. Dalla campagna alle fabbriche, dalle industrie alle case. È un po’ il segno dei tempi, da società agricola, si è passati ad una industrializzata, per poi finire in un’economia a prevalenza di terziario. Questo passaggio, è comune a tutte le economie progredite, e di certo non riguarda la sola città citata; anche la forte speculazione che sta attenagliando il mattone non è di certo una singolarità di questo abitato; la casa non è costruita più solo per bisogni abitativi o lavorativi, ci troviamo di fronte ad un’ondata speculativa, che vede nel mattone una fonte ricchezza a buona remunerazione. La vera particolarità però consiste nei numeri, quasi emergenziali, di case sfitte che si trovano nella zona, questo dovrebbe far pensare, considerando il fatto che alcune inchieste recenti hanno legato il mondo criminale ad investimenti nella zona.

Per finire, si potrebbe dire:

la dove c’era la fabbrica ora c’è una villetta a schiera, e quella produzione di cotone ormai, dove sarà?

pbacco

Mare caldo

Il mare cinese meridionale, uno dei più importanti perni dell’economia mondiale, è diventato anche un’importante snodo geopolitico. Ogni anno da questo lembo di mare transitano il 33% delle merci globali, e una quantità di greggio pari a sei volte quello che passa dal canale di Suez; senza dimenticare che, il fondale custodisce una grossa quantità di petrolio e gas naturale (fonte Avvenire).
È su questo terreno, termometro della visione della politica estera globale cinese, in cui si mostrerà la prossima faccia della tigre asiatica. Sarà ancora un soft power, come tutte le aspiranti potenze, in cui si cercherà la crescita pacifica, rispetto agli attriti coi vicini; o invece prevederà anche l’hard power, come le potenze affermate, cioè anche la possibilità dell’uso della forza per far valere i propri interessi?
In quest’area, che il gigante asiatico considera il giardino di casa, gli interessi economici-politici e di prestigio, sono molteplici e vengono rivendicati da altri attori. Oltre ai paesi geograficamente vicini, Vietnam, Filippine, Myanmar, Malesia Indonesia; troviamo anche paesi come l’India, forse l’unico antagonista regionale, oltre che pessimo vicino, e gli Stati Uniti d’America. Tutte queste nazioni, hanno aumentato gli investimenti negli armamenti, segno di una maggiore paura dei (o di uno in particolare) vicini.
Interessante, è il rapporto tra Hanoi e Pechino. Che le relazioni tra i due non siano amicali, si può notare anche dal riarmo vietnamita, che non vede di buon occhio la proliferazione del vecchio peggior amico; questa militarizzazione, passa anche da armamenti russi e dalla stabilizzazione dei rapporti con gli ex arci-nemici USA. Sì, perché tra i due paesi asiatici, non corre un buon rapporto già dal passato. Rapporti mantenuti tesi, seppur offuscati dalla coltre propagandistica, durante la guerra fredda. È in questo periodo, in cui il Vietnam scegliere come “chioccia” l’URSS. Ora con la rinascita economica, le problematiche riaffiorano; recentemente ci sono state delle scaramucce informatiche, una lotta dovuta proprio alle reciproche rivendicazioni su quest’area. Per ora, la “guerra” è virtuale, a suon di bit, preludio non si capisce ancora di cosa, ma certamente è un segnale dei rapporti tesi tra i due stati.
Insomma, il nuovo status geopolitico del dragone prevederà uno sviluppo pacifico, improntato alla collaborazione, o un’espansione aggressiva, imperniata sulla prevaricazione.

pbacco

C’è del marcio nella finanza

Parafrasando una celebre frase dell’Amleto, si potrebbe affermare che: C’è del marcio in finanza.

Beh, questo lo si era capito già prima, quest’inchiesta, andata in onda ieri sera su Report, ne è una conferma, con fatti, persone, date.
Non commento, perchè vi consiglio vivamente di guardare il servizio. Report EFFETTO VALANGA

pbacco

Un piccolo estratto della parte che più ci interessa (trovate il file completo in PDF nella stessa pagina linkata):

Stati Uniti. Strade del New Hampshire. Qui abita un ex sicario dell’economia. E’ lui chesi definisce così. John Perkins, economista al servizio del governo del suo paese.

JOHN PERKINS

Prima erano le organizzazioni religiose a guidare il mondo, poi i governi. Ora è il momento delle grandi corporations: controllano gli affari di tutto il mondo, hanno relazioni con i cinesi, i taiwanesi, i palestinesi, pakistani, indiani… non importa chi siano o no i politici o cosa fanno, loro vogliono risorse e mercati e faranno di tutto per controllarli.

MICHELE BUONO – FUORI CAMPO

Parigi. Fidel Toe. Un tempo era ministro. Germaine Nassouri, alto commissario. Erano i primi anni ‘80 e lavoravano in Burkina Faso con il presidente Thomas Sankara.

THOMAS SANKARA

Le origini del nostro debito risalgono al colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Noi non centriamo niente con questo debito, quindi non possiamo pagarlo.

MICHELE BUONO – FUORI CAMPO

E ancora un altro obiettivo: farcela da soli, bastare a se stessi e non prendere soldi dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.

GERMAINE NASSOURI – ALTO COMMISSARIO (1983-1987) BURKINA FASO

Se si dipende economicamente da qualcuno la tua parola non è più libera. Thomas non voleva indebitarsi perché con quei tassi di interesse alla fine non sarebbe stato possibile nemmeno pagare gli stipendi agli statali.

FIDEL TOE – MINISTRO DEL LAVORO (1983-1987) BURKINA FASO

Degli economisti ci spiegarono che non è mai successo che un paese si sia sviluppato con i soldi del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Non appena vi finanziano – ci spiegarono – vi presentano le condizioni: privatizzate questo, privatizzate quello. E alla fine privatizzare vuol dire gettare tante persone sul lastrico: si tagliano posti di lavoro, crescono i prezzi e il paese decade.

[…]

MICHELE BUONO – FUORI CAMPO

Il Presidente Sankara non volle indebitarsi e ci riuscì. Il Burkina Faso cominciò a camminare sulle sue gambe facendosi bastare quello che aveva.

GERMAINE NASSOURI – ALTO COMMISSARIO (1983-1987) BURKINA FASO

Abbiamo organizzato i contadini in cooperative per renderli più forti a livello di produzione e i commercianti in gruppi di consumo per realizzare al massimo il settore e, contemporaneamente, abbiamo incitato la popolazione a consumare prodotti locali.
Con questo siamo riusciti a creare delle risorse.

MICHELE BUONO

E che ci avete fatto?

GERMAINE NASSOURI – ALTO COMMISSARIO (1983-1987) BURKINA FASO

Queste risorse le abbiamo investite nella scuola: la scolarizzazione è salita dal 16 al 28 percento. Abbiamo vaccinato 2 milioni di bambini e in 3 anni la speranza di vita è passata da 47 a 50 anni. Abbiamo fatto delle economie e ci siamo riusciti.

MICHELE BUONO

Che significa “sicario dell’economia”? É questo il suo mestiere?

JOHN PERKINS

Fui arruolato come economista dall’Agenzia della Sicurezza Nazionale. Il mio compito era quello di far indebitare i paesi che puntavamo- in Africa e in America Latina- proponendo impianti industriali, o autostrade e poi, predisponendo una richiesta di prestito alla Banca Mondiale. Soldi che prendevano le nostre organizzazioni per iniziare i lavori. Ai paesi in questioni rimaneva solo un grande debito che non riuscivano a ripagare. A questo punto ritornavo in quei paesi e dicevo “ ehi, non puoi riparare il tuo debito? Allora vendi alle nostre Corporations a poco prezzo, il tuo petrolio senza restrizioni sociali o ambientali o vota per noi nelle prossime elezioni alle nazioni unite”.

MICHELE BUONO

Come faceva a convincere i suoi interlocutori?

JOHN PERKINS

La prima mossa è sempre quella della persuasione dei leader. Dicevo “ehi Mr President … vedi … in questa tasca ho un paio di milioni di dollari per te e la tua famiglia, ma se scegli di non partecipare, in quest’ altra tasca ho una pistola e ti posso far fuori!”. I presidenti capivano molto bene.

MICHELE BUONO

E se non volevano capire?

JOHN PERKINS

Diversamente, entravano in azione gli agenti della CIA per rovesciare il governo o assassinare i loro leader. E se andava male anche questa, tipo Saddam Hussein in Iraq, entravano in azione i militari. Sono strategie legate più agli interessi delle Corporations che non della Nazione.

MICHELE BUONO

E allora quando muoiono i soldati per chi muoiono?

JOHN PERKINS

I nostri soldati in Afghanistan, in Iraq o in altri posti, non stanno combattendo o morendo per patriottismo; molti ci credono ma in realtà, servono gli interessi delle Corporations.

THOMAS SANKARA (DISCORSO)

Signor Presidente, vorrei che fosse la conferenza a dire che non possiamo pagare il debito per consacrare le nostre magre risorse a progetti di sviluppo. Se è solo il Burkina Faso a dirlo, non sarò qui alla prossima conferenza!

MICHELE BUONO – FUORI CAMPO

Tre mesi dopo il Presidente Sankara fu assassinato. Fine del sogno di un paese che poteva bastare a se stesso.

MICHELE BUONO

Fu una coincidenza?

FIDEL TOE – MINISTRO DEL LAVORO (1983-1987) BURKINA FASO

Non credo che si sia trattato di una coincidenza, anche i francesi lo dicevano: Sankara disturbava.

MICHELE BUONO

Qual è la sua opinione?

JOHN PERKINS

Si oppose pubblicamente al Fondo Monetario Internazionale, alle banche e ai sicari dell’economia, quindi non mi sorprende che fu assassinato. Sono esempi che servono a far capire a tutti gli altri che non la scamperanno se si comporteranno nello stesso modo.

 

Thomas Sankara
Thomas Sankara

Dalla Cina con furore

 Se il 2006, con il documento programmatico ufficiale del politburo pechinese “la politica della Cina in Africa”, è stato l’anno della svolta nelle relazioni sino-africane, queste sicuramente non sono nate nell’ultimo decennio.
Già nel XXV secolo l’ammiraglio Zheng He, a capo di una grande flotta navale, avendo avuto lo scopo di esplorare il mondo ancora sconosciuto, raggiunse le coste orientali dell’Africa. Questa presenza fu però molto limitata nel tempo, infatti poco tempo dopo quando ci fu un’inversione di tendenza, con il progressivo ripiegamento verso l’interno della politica cinese, tutti i rapporti con l’estero si atrofizzarono. Per trovare un rinvigorimento della politica espansionistica cinese, bisogna aspettare gli anni cinquanta. In piena guerra fredda, essendo in competizione diretta con l’Unione Sovietica, i due paesi cercavano di accaparrarsi l’amicizia e la guida politica/filosofica dei paesi terzomondisti (molti dei quali africani). Ecco che l’Africa rientrava tra le priorità politiche del comunismo cinese. In quest’ottica la Cina decise di dipingersi come paese essenzialmente povero, non come l’URSS, paese industrializzato che aveva alle spalle una storia imperialista, con una classe dirigente europea.

Come già detto, la vera svolta è avvenuta recentemente quando l’espansione industriale, dovuta all’apertura al mercato libero, ha creato per l’impero di mezzo un sempre maggiore bisogno di  approvigionamento di materie prime e di risorse energetiche con cui alimentare le proprie industrie, nonché di mercati dove vendere i propri prodotti a basso prezzo. In quest’ottica l’Africa entra di diritto come obiettivo primario, essendo il continente il territorio più ricco sia di materie prime, sia di fonti di energia, sia un mercato affamato di merci a basso prezzo.

Diversamente dagli anni sessanta/settanta, ora l’espansione segue una diversa direttrice, non più una partnership accomunata dalla stessa ideologia, ma principalmente una relazione economica.

I principali scambi commerciali tra l’Africa e celeste impero riguardano: petrolio da Angola Sudan e Nigeria, cotone da Benin Togo Mali e Camerun, legname da Guinea Equatoriale Gabon e Liberia, cobalto dalla Repubblica democratica del Congo, platino oro e diamanti da Zimbabwe e Sudafrica, uranio dal Niger. In cambio dal paese asiatico  giungono parternariati di cooperazione agricola, costruzione di strade, ponti, ferrovie, dighe, centrali energetiche, telecomunicazioni, armi, edifici pubblici, nonché merci di tutti i generi a basso prezzo.

Fino qui sembra una cooperazione che soddisfa tutte e due le parti in gioco, ma purtroppo così non è. Se è pur vero che, la Cina concede prestiti e sovvenziona costruzioni a fondo perduto, bisogna ricordare che, la maggior parte delle ditte cinesi operanti in Africa hanno solo dipendenti cinesi, soluzione che non promuove il lavoro locale e cambia le abitudini del luogo (vedi la presenza di alcool in Sudan). Altra nota dolente è la totale mancanza di un richiamo, verso i dirigenti africani, al rispetto dei diritti civili nei loro paesi. Altro problema che si nota a livello locale, sono le diseguaglianze che le merci cinesi causano all’economia africana; le merci asiatiche, costando molto meno di quelle locali, creano un dumping verso i prodotti autoctoni. Questo crea una dissoluzione di una parte dell’economia africana che, non potendo competere con le merci importate scompare; non rari sono i casi di rimostranze e  sommosse nei mercati locali contro commercianti cinesi attuate da africani, segno di una insofferenza crescente.

Insomma, se sotto alcuni aspetti la Cina ha saputo riempire i buchi che l’Europa e gli Stati Uniti, hanno lasciato nel panorama africano, non vorrei che questa diventasse una nuova colonizzazione.

pbacco

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Segnale di una mancanza

Il recente attacco finanziario all’Euro, ma sarebbe più giusto chiamarlo non fiducia nell’Europa (anche se è un attacco ai singoli paesi più deboli), sta incrinando finanziariamente e politicamente l’unione stessa. Pur non apprezzando gli speculatori, tra cui ci sono anche delle banche europee e fondi di investimento pensionistici, devo constatare che il loro operato è lineare. Appena vedono un segno di debolezza, politico o economico, ci si fiondano sopra per cercare di fare più utili possibili.

Quindi si può guardare al recente attacco, come un segnale di una non fiducia nella politica generale europea; o meglio della non politica europea, essendo l’Unione ancora prevalentemente una sola fusione economica e territoriale, a cui manca una guida politica comune.

Si potrà dire, è una mancanza dell’Europa, come se fosse un’istituzione lontana e fantomatica; ma questo non risolverebbe il vero problema: gli stati nazionali. Non sono contrario al mantenimento dei singoli stati, a patto che cedano una parte di poteri ad organi federali. La situazione odierna vede, un mercato economico comune, una moneta comune, senza che ci sia una guida politica unica, capace di organizzare e incanalare le forze produttive.

Motivo di questo blocco, nell’avanzamento di una politica unitaria, sono la bramosia di potere dei ceti politici locali chiusi in un localismo spinto e, la paura di perdere pezzi di sovranità per creare una vera unione, che possa davvero contare anche in campo internazionale.

pbacco

Stato Asovrano – economia

Inizia, con quello di oggi, una serie di post riguardo la progressiva perdita di sovranità da parte degli stati. Inizialmente, avevo previsto post separati, poi vedendo una sorta di argomento comune ho deciso di accorparli, almeno sotto lo stesso titolo, seppur ancora sotto post differenti.

Con perdita di poteri, non intendo la progressiva unione di stati in strutture sovranazionali, ma della perdita di poteri propri di uno stato (politica estera, politica monetaria, politica interna) a favore di altri attori, il più delle volte privati, che li gestiscono senza alcuna concessione popolare ma arbitraria, il più delle volte contro la volontà.

Passiamo ora ad analizzare il primo argomento, quello dell’economia.

La recente crisi economica, ha messo in risalto, quale sia la vera guida di una politica economica in un qualsiasi stato. In questo periodo, più che mai, perchè questo genere di limitazioni di certo non nascono adesso, l’agenda economica è fatta non dalla politica di governo, ma neanche da una struttura sovranazionale (vedi UE); il vero indirizzo viene dato dagli speculatori e dalle agenzie di rating, che con il loro potere economico o di sorveglianza, hanno il potere di cambiare la politica economica e monetaria di interi stati. L’esempio è dato dalle notizie che arrivano dalla Grecia, paese dato ormai in banca rotta. La strategia che l’Europa cerca, con qualche problema di unità, di perseguire, è di calmare gli investitori temendo una forte speculazione sul debito greco, che inevitebilmente si diffonderebbe al resto dell’eurozona.

Uno dei compiti e poteri di uno stato nazionale sovrano, è quello di emettere carta moneta e di imporre tasse, ora ci troviamo di fronte a stati asovrani, dove una delle caratteristiche tipiche viene cancellata, anzi sarebbe meglio dire delegata in maniera arbitraria.

Altro amaro esempio, è quello sperimentato da molti paesi in via di sviluppo attraverso la banca mondiale, o più in geneale con i prestiti fatti dai paesi industrializzati, ma su questo argomento sarebbe interessante aprire un nuovo post, per non sovraccaricare questo.

Ci troviamo di fronte a stati di paglia, vuoti all’interno, soggetti da decisioni imposte da agenti esterni.

pbacco