Oltre la barca c’è di più

Prosegue, con questo secondo post, la serie di collaborazioni tra il blog ed altre personalità; oggi con l’aiuto, anche grammaticale, di un’amica parleremo dell’immigrazione.

Il tutto parte dalla visione del film “Come un uomo sulla terra”, pellicola del 2008 con regia africana. Per fare un piccolo riassunto, si può dire che il lungometraggio tratta le storie e disavventure che gli immigrati africani (in questo caso eritrei ed etiopi) sopportano per raggiungere l’Europa. È uno scoprire cosa c’è dietro la semplice foto, o servizio del telegiornale, riguardo le carrette del mare che trasportano centinaia di migranti sulle coste italiane. Il background del viaggio, dei sogni, delle sofferenze che uomini e donne attraversano per cercare altro, che il più delle volte è solo una migliore situazione economica, una migliore situazione ambientale.

Partiamo con l’analizzare il titolo del film: ci indica che le aspettative, i sogni, i bisogni sono unici sulla terra e comprendono tutto il genere umano indistintamente.

Una delle prime scene è il monologo del protagonista che parla della sua vita: laureato in giurisprudenza ha dovuto lasciare il suo paese per via della guerra tra Etiopia ed Eritrea. Analogamente ad altre storie, i fattori guerra e carestia sono uno dei principali motori di emigrazione. Una frase molto importante, detta dal nostro accompagnatore, è quella secondo cui non ha scelto di emigrare ma è stato costretto. Questa massa di persone si sposta, il più delle volte, per fattori esterni alla loro volontà. Per intenderci, se potessero, rimarrebbero volentieri nei paesi d’origine. Sono fattori esterni, molto più grandi. Problemi che, una singola persona, una comunità, una tribù, non riescono a controllare; alcune volte sono meccanismi persino più grandi di uno stato.

Analizzato il perché della partenza, spieghiamo il viaggio. Tramite intermediari, si crea un gruppo di persone, di solito i più giovani e robusti, che, avendo alle spalle tutti i risparmi di una intera famiglia (quella allargata africana comprende anche gli zii), vengono instradati dai paesi d’origine, in questo caso il corno d’Africa, verso il Sudan, il vero raggruppatore di disperati. È in questo disgraziato stato africano dove mercanti di uomini raccolgono persone da tutta l’Africa orientale. I migranti vengono caricati su jeep stracariche e qualche volta camion, per poter così attraversare il deserto. Con un viaggio a base di stenti, senza neanche un momento per riposare, la parola d’ordine è “velocità” per poter eludere i controlli che la polizia libica effettua lungo le rotte migratorie.

Le basi di arrivo sono situate presso Bengazi: sono semplicemente delle case private dove le persone vengono stipate in attesa del prossimo viaggio verso Tripoli. Nella malaugurata casualità che vengano scoperti dalla polizia, la fine è una reclusione, senza fine temporale, presso le “carceri” libiche. Finito questo periodo, vengono nuovamente stipati in container per essere trasportati, dopo un viaggio di dieci ore, senza acqua, soste e spazio sufficiente, presso la prigione al confine col Sudan. Qui attendono, senza cure sanitarie né garanzie umanitarie, il loro destino.

Una volta deciso il rimpatrio, almeno quello formale, concordato tramite il trattato tra l’Italia ed i paesi di provenienza, avviene la scarcerazione. Rilascio che mai avviene veramente, la polizia libica semplicemente vende, a trafficanti di uomini, i migranti; la somma è sempre più o meno la stessa trenta denari. Non importa che tu sia maschio o femmina, giovane o meno giovane, abile oppure provato; la vendita avviene comunque, semplicemente per il fatto che, il commerciante di uomini lucra facendo rientrare il disperato nella tratta. Attrezzati con telefoni cellulari, fanno chiamare casa, dove viene chiesto di inviare una cifra elevata per poter ritentare la fortuna verso Tripoli. Quando viene recapitato il denaro, il viaggio riprende il suo iter verso la capitale libica. In questo caso abbiamo due possibilità, o il viaggio continua a buon fine, allora l’immigrato viene consegnato agli scafisti, che lo porteranno a Malta o in Italia; oppure come spesso accade, si è di nuovo riacciuffati dalla polizia libica, in questo caso ricomincia la peregrinazione. Alcune persone, sono state catturate e rivendute fino a sette volte.

Una sorta di lotta tra guardie e ladri; dove però, le guardie (almeno una parte) sono ladri, mentre i ladri sono, per la stragrande maggioranza, brave persone.

Ecco spiegato, cosa si nasconde dietro una semplice carretta del mare; storie di uomini portatori di speranza, dolore, amicizia, sfruttamento, amore e odio.

Ecco spiegato perché, considerano l’Europa un sogno; ecco perché l’Italia, pur coi suoi problemi, è realmente il paradiso in terra.

Gli ultimi avvenimenti in Libia non hanno di certo migliorato la situazione, con un governo centrale ancora debole il diritto non è certo la preoccupazione principale. Bisogna aggiungere che nella guerra civile Gheddafi ha fatto largo uso di mercenari provenienti dal continente; questo ha causato un risentimento popolare verso i “neri”, inglobati tutti sotto la sigla mercenario collaborazionista, sono discriminati anche se nella maggior parte delle volte si tratta di immigrati irregolari che tentavano la fuga in Europa oppure popolazione che risiedeva nel paese da parecchio tempo.

Solo un uomo, solo un pezzo di terra, solo una piccola storia in un mare di atrocità.

Bisogna infatti considerare che oltre a questa rotta migratoria, ne esistono parecchie altre, più sottaciute, alcune perché non ci riguardano direttamente, altre perché sono più discrete e meno evidenti dei barconi. Basti citare quella parallela, che dall’Africa dell’ovest porta verso la stessa le Canarie; quella che dal sud-centro America spinge verso gli Stati Uniti; quella tra l’Afghanistan e l’Europa; quella tra la Birmania e la Thailandia; dal Nepal all’India.

Ultimo dato, solo circa il 20% degli irregolari presenti sul suolo nazionale entra in Italia clandestinamente, via nave o terra; la maggioranza, arriva tramite regolari visti turistici, per poi rimanere anche quando il permesso ha cessato la validità.

pbacco e Morgana

Africa est-ovest

La situazione politica africana sembra in preda ad un tumulto, scossa da una crisi che attraversa tutto il continente da est-ovest.

Nel corno d’Africa, continua la guerra civile in Somalia, la situazione che si è venuta a creare però è cambiata da novembre. Da quel periodo truppe dell’esercito kenyota sono penetrate in territorio somalo per raggiungere la città portuale di Kisimaio, una delle più importanti città del paese, nonché uno dei centri della pirateria. A quest’azione è seguita la parallela invasione di truppe regolari etiopiche, volto a creare una tenaglia contro gli integralisti Al Shabaab. Tutte queste operazioni sono state concordate con il governo transitorio, nonché appoggiate da Washington, Londra e Parigi che hanno fornito strumenti di intelligence e supporto logistico, lasciando il lavoro sul campo ai militari africani.

Di pochi giorni fa, l’acuirsi delle diatribe tra Etiopia ed Eritrea. Addis Abeba, ha effettuato operazioni militari oltre il confine (che ancora è provvisorio dopo la fine della guerra nel 2000) assaltando alcuni villaggi eritrei considerati covi di terroristi; Asmara ha protestato ufficialmente presso l’ONU, dimostrandosi però renitente ad una ritorsione militare.

Nella parte ovest, c’è da sottolineare la crisi politica apertasi in Senegal, prima del voto per eleggere il presidente della repubblica; tra ricorsi, accuse di brogli, violenze, quella che era considerato uno dei pochi esempi di democrazia reale in Africa è svanito velocemente. Per fortuna la situazione è migliorata, in attesa del prossimo secondo turno di ballottaggi.

Crisi politica anche in Guinea Bissau, dopo il colpo di stato dell’anno scorso, ora accuse di brogli inficiano il voto svoltosi a febbraio, in attesa anche in questo paese del ballottaggio.

Altra crisi recente è il Mali, nella notte tra ieri ed oggi un colpo di stato ha paralizzato il paese; esteso il coprifuoco, chiuse le frontiere, sono cessate di funzionare le istituzioni. Non si conosce ancora dove sia finito il presidente deposto ATT, mentre il palazzo presidenziale è stato dato alle fiamme. Da Bamako è da tempo che giungono notizie di ribellioni nel nord del paese dove tribù Tuareg sono in lotta contro il governo centrale; alla grande massa di persone già fuggita, nei paesi limitrofi, per via degli scontri al nord, si unisce un’altra massa di popolazione che fugge per questi ultimi disordini.

Altro tema spinoso giunto alle cronache nostrane è la situazione esplosiva nella federazione nigeriana. Al nord operano gli integralisti Boko Haram, che hanno l’intento di islamizzare tu la Nigeria; al sud nel delta del Niger il MEND, per l’emancipazione appunto di quelle aree contro le multinazionali petrolifere. Insomma una vera situazione esplosiva, in un paese esteso, composto da una moltitudine di etnie.

Da est ad ovest, la situazione non sembra di certo confortante.

pbacco