E se il terrorismo avesse già vinto?

Domanda retorica e provocatoria, che mi è balenata nella mente già da parecchio tempo, ma che dopo le recenti notizie riguardo il caso datagate, ho deciso di trasformare in post.

Partendo dal fatto che, lo scopo principale delle forze terroristiche, non potendo sconfiggere l’avversario attraverso un’azione militare, è quello come prima cosa di modificare le abitudini dei cittadini provocando terrore e paura, come secondo fine quello di colpire l’economia del nemico cercando di affossarlo sul piano monetario.

Il più grande scontro terroristico contemporaneo è tra l’occidente, incarnato dagli Stati Uniti d’America, ed il fondamentalismo islamico. Scopo di Al Qaeda, e della galassia a lei collegata, è una lotta contro i valori moderni portati dagli occidentali, una conservazione dei valori tradizionali, unita ad una rivalsa verso i rancori del colonialismo in medioriente.

Come detto, non potendo competere con gli eserciti ipertecnologici occidentali, i terroristi hanno lo scopo di destabilizzare i medesimi stati attraverso una guerra economica; Osama Bin Laden dixit: lo scopo di Al Qaeda è minare l’economia americana.

Dopo gli attentati dell’undici settembre la reazione USA è stata indirizzata verso una lotta mondiale al terrorismo. Questo ha portato sul piano internazionale alla creazione di due guerre, una in Afghanistan e l’altra in Iraq (quest’ultima sul piano teorico). Questi due conflitti hanno portato conseguenze nefaste alle casse dello stato, infatti l’aumento del debito pubblico, dovuto alle spese militari unito all’abbassamento dei tassi di interesse sui mutui per stimolare un’economia sotto tono, sono una delle cause della crisi economica del 2008.

Sul piano interno la promulgazione del Patrioct Act, ha permesso l’uso di nuovi strumenti di azione atti a prevenire ulteriori attacchi terroristici. Se questo strumento ha effettivamente impedito un numero imprecisato di attentati, non bisogna mai dimenticare che ha cambiato le abitudini le libertà e la privacy dei cittadini, ricordandoci anche che non hanno del tutto fermato nuovi attentati, vedi esempio di Boston.

Gli obiettivi prefissati dai terroristi sono stati raggiunti. L’economia è in crisi e la potenza americana, anche quella militare, ha risentito una recessione dovuta ai tagli nel bilancio federale; sul piano della psicologia, troviamo una società impaurita e con meno libertà. Insomma una piccola vittoria del fondamentalismo.

In chiusura vorrei sottolineare che, l’adesione al programma PRISM da parte delle aziende di telecomunicazioni o inerenti ad internet è di libero ingresso (infatti per esempio Twitter non aderisce), e non obbligatorio per legge. La strategia governativa sembrerebbe quella di usare una enorme rete a strascico, sperando di raccogliere nella miriade di comunicazioni alcuni indizi provatori; la strategia delle corporation sembrerebbe quella di entrare nel programma per non avere problemi con le autorità, in tutto questo chi ci perde è il cittadino onesto.

pbacco

Un piccolo paese sempre più importante

Il Burkina Faso, uno dei paesi più poveri al mondo, si trova da tempo al centro di una trama diplomatica regionale; ora è assorto anche ad un ruolo internazionale importante. Il suo presidente Blaise Compaore, ha assunto il ruolo di mediatore nelle varie crisi dell’area; prima fra tutte quella ivoriana, in cui il piccolo stato africano ha svolto una notevole azione mediatrice, anche perché molta della sua economia dipende dal grande vicino.

Molti altri sono i vari interventi intrapresi, tra cui troviamo la crisi togolese del 1993, nel 1995 la crisi ciadiana, 2006 la seconda crisi togolese, nel 2008 con mandato dell’Unione Africana ha svolto la pacificazione e l’organizzazione delle elezioni in Guinea. Ultima in ordine di tempo è la recente crisi maliana; recentemente un gruppo di rappresentanti delle delegazioni presenti in Burkina, ha creato un gruppo degli amici del Mali, così da coordinare la azioni da svolgere insieme, una sorta di gruppo di contatto per monitorare la situazione.

Dopo il caos dovuto al golpe e l’avanzata islamista, la situazione è lontana dal riassorbirsi; è sempre più vicino l’invio delle forze ECOWAS nel paese sub-sahariano, per proteggere le fragili istituzioni transitorie. Questo folto intreccio di mediazioni, ha fatto diventare questo paese un attore sempre più importante nel panorama africano.

Oltre al proprio ruolo africano però, il paese integro, è al centro anche di importanti relazioni internazionali. In questo campo troviamo una sempre maggiore cooperazione internazionale. Oltre la pluridecennale amicizia con Taiwan (uno dei due paesi africani ad avere rapporti con questo paese asiatico), ora si sono aggiunti dal 14 giugno la Germania, la quale ha firmato un accordo per un valore di 59,5 milioni di euro in promozione agricola, decentramento e sviluppo comunale; uno stesso processo di cooperazione è stato potenziato anche dallo stato italiano. Una lotta contro la povertà, in un’area che è diventata sempre più importante come baluardo contro l’avanzata dell’integralismo.

In questo solco si pone anche l’altra faccia di aiuti occidentali. Aiuti in formazione militare sono sempre giunti dalla Francia, dal 2009 però il Burkina Faso è al centro della politica degli USA contro i gruppi terroristici del Mali, Nigeria e Maghreb. Ouagadougou è diventata la base delle operazioni segrete condotte dagli Stati Uniti d’America in Africa occidentale, da qui partono velivoli che raggiungono i paesi limitrofi; droni (Predator e Reaper) sono dislocati insieme ad aerei ad elica dotati di sofisticate tecnologia: infrarossi, radar per scovare telefonini, telecamere ad alta risoluzione.

Grazie anche alla su una centralità geografica, della sua vicinanza politica all’occidente, alla sua relativa stabilità politica (tranne le rivolte dello scorso anno), ad una buona politica diplomatica, questo paese è diventato sempre di più un vero e proprio snodo geopolitico.

pbacco

Crisi maliana o regionale?

La situazione in Mali sembra essersi indirizzata verso una soluzione, almeno per la parte concernente la crisi politica. Più complicata la soluzione riguardante la ribellione Tuareg e l’infiltrazione radicale islamista. Dopo il colpo di stato dell’esercito, attuato dal capitano Sanogo, in cui è stato deposto il presidente Amadou Toumani Touré, il golpe sembra essersi concluso con la rinuncia dell’ex presidente alla carica, e la promessa dei militari di indire nuove elezioni, includendo la sottomissione del potere militare al nuovo potere civile.

Un colpo di stato nato, in una situazione di crisi, la lotta tra il governo di Bamako e i ribelli Touareg. Pensando di trovare un appoggio presso la comunità internazionale, e favore tra gli stati confinanti, i golpisti speravano di mantenere il potere, contando sul fatto di fare la parte dei salvatori della patria a scapito di un governo inattivo. La situazione, invece, si è dimostrata completamente diversa; già nei momenti successivi al colpo di stato, c’è stato subito una condanna da parte delle potenze Francia e Stati Uniti, disapprovazione anche tra le capitali africane confinanti, che vedevano il numero di rifugiati aumentare costantemente. Condanna da parte della Cedeao, che ha anche invocato l’uso dei 2000 militari in suo possesso, in caso del procrastinarsi della crisi.

Del caos a Bamako, ne hanno approfittato i ribelli del nord, guadagnando territorio; ma le vere vincitrici sembrano essere le milizie islamiste. Ultime notizie, riferivano di un contingente formato all’incirca da un cinquecento persone, molto probabilmente del Boko Haram, che sono giunti dalla Nigeria per aiutare la lotta integralista.

Fino a questo punto sembra una delle solite crisi nello stato, invece ad una lettura più profonda si intravede una crisi dello stato; per questo il titolo indica crisi regionale, nel senso che il caso Mali è un segnale dei movimenti che stanno avvenendo nell’intera regione sub sahariana, come quella nello stesso Maghreb.

La primavera araba ha fatto scoprire, o rinvigorire, dei sentimenti offuscati dai regimi totalitari. È il caso delle rivendicazioni dei Berberi,o come quelle degli stessi Tuarag; è in questo solco che nascono le preoccupazioni del Marocco per le rivendicazioni del Sahara occidentale, le paure di Algeri per il fondamentalismo, le proposte indipendentiste del Mend in Nigeria, o quelle dei Tuareg in Niger. Una crisi che diventa regionale, coinvolgendo politicamente ed economicamente anche i paesi dell’Africa dell’ovest. Una destabilizzazione prolungata di Bamako, si ripercuoterebbe direttamente sui paesi confinanti: Mauritania, Niger, Burkina Faso, Sénégal e Costa d’Avorio. Bisogna poi sottolineare, che esistono forti interessi economici anche di altri paesi africani nel paese; per esempio Rabat in Mali, ha interessi sia nel campo delle comunicazioni, delle banche, delle infrastrutture; importante ricordare anche che, attraverso il disastrato paese africano, passa una delle vie usate per la tratta dell’immigrazione.

Un’insieme di interessi politico-economici, si stanno intrecciando in una miscela esplosiva di difficile soluzione.

pbacco

9/11 Come è cambiato il mondo

A dire il vero, ero molto indeciso sullo scrivere di questo argomento; non tanto per la poca importanza dell’accadimento, quanto per la troppa bulimia mediatica che lo attanaglia. Come avrete capito dal titolo il fatto trattato nel post è l’attacco terroristico agli Stati Uniti durante l’11 settembre 2001.

Quel giorno, con gli attacchi alle torri gemelle, al pentagono e probabilmente a Washington, ci siamo trovati di fronte ad un’azione diretta al cuore degli USA. Rispettivamente, un colpo al centro finanziario, al potere militare e al cervello politico della potenza americana. Anche il mezzo con cui è stato compiuto l’attentato, non è stato scelto a caso; l’aereo, il mezzo di trasporto che ha rivoluzionato il modo ed il tempo dello spostarsi nel XX secolo. Questa macchina straordinaria, è da considerarsi, come un’altro simbolo, il segnale del progresso tecnologico della modernità; mondo moderno contro cui i terroristi combattono. Colpendo quei simboli usandone un’altro, si cercava di indebolire finanziariamente l’impero americano, scopo ultimo dell’organizzazione Al Qaeda.

Un decennio dopo, veniamo a sapere che quell’attacco, non ha portato grossi sconvolgimenti diretti agli USA, ma ne ha causato scosse che ne hanno minato l’attuale leadership. Una sorta di offensiva del Têt, che sul piano materiale non ha comportato mutamenti delle forze, a parte le vittime e la crisi economica successiva ai fatti, ma causando una modifica della percezione mentale e degli atteggiamenti futuri.
Il primo attacco proveniente dall’esterno, svoltosi sul suolo americano, ha innescato sconvolgimenti che perdurano tuttora, sia sul piano interno, sia sul piano internazionale.

La prima novità è stata una sorta di chiusura mentale e territoriale del paese; paura nel diverso, controlli più serrati alle frontiere. Questa paura ha condizionato anche la politica estera, portando il paese all’entrata in due conflitti, in Afghanistan ed in Iraq, seppur con motivazioni diverse. Con la scelta di entrare in guerra, si è creata la richiesta di reperire ingenti fondi per finanziare lo sforzo bellico, questo è stato possibile grazie ad un abbassamento del tasso di interesse sul denaro, per poter reperire una grossa quantità di liquidità. Il risultato è stato duplice, da una parte c’è stato un’ingente indebitamento, col risultato finale di aver moltiplicato il debito federale; dall’altro si è creato uno squilibrio finanziario, dovuto al basso interesse, che ha causato la vendita di mutui anche a persone non adatte. Come sappiamo bene, questa è stata una delle cause della recente bolla speculativa, che poi è scoppiata innescando la grande crisi economica.

Seconda novità, è stato lo spostamento di attenzioni verso l’Asia centrale, che ha causato una diversa priorità verso quelle aree, a danno di altre zone, passate in secondo piano nelle strategie diplomatiche; buchi che altre potenze hanno cercato di riempire.

In questo decennio molte cose sono cambiate. Gli USA ora sono in preda ad una recessione, creata dal loro stesso sistema finanziario/economico, ed un debito pubblico imponente, che ne causa instabilità; senza contare che il suo maggiore finanziatore è la Cina. Vediamo che i due paesi, dove si era deciso l’intervento militare, Afghanistan e Iraq, sono ancora lontani dalla pacificazione. C’è un’Europa statica politicamente, in preda ad una crisi economica e sociale. Troviamo una Cina prospera che guarda all’espansione, seppur con i suoi enormi problemi interni. Assistiamo nel mondo islamico, ad una rivolta contro regimi corrotti, in favore di diritti e libertà. Quello che i fondamentalisti volevano costruire attraverso l’uso di violenza, una sorta di califfato islamico, è stato spazzato via da movimenti popolari democratico/ nazionalisti. Quello che gli Stati uniti d’America volevano creare, delle democrazie nel mondo arabo, è stato spazzato via dallo stesso movimento, l’esportazione della democrazia con la forza, ha fallito pure lei.

Insomma se dieci anni fa, il centro del mondo era ancora saldamente ancorato tra l’Atlantico, ora ci troviamo con un mondo realmente plurale, dove il polo attrattivo (risorse, speranza) si sta spostando, almeno parzialmente, verso l’Asia. Questo spostamento, non è certo dovuto esclusivamente a questo accadimento, anche se alcune scelte postume ne hanno accelerato l’avanzata.

Piccola curiosità: la data, scritta all’inglese, viene letta come 911 cioè il numero delle emergenze, le strane coincidenze?

pbacco

Il tempo è circolare

Sembra strano, ma la storia alcune volte cambia le teorie della fisica.
Ragionando sugli ultimi avvenimenti ho provato ad effettuare un esercizio, che in storia non si dovrebbe mai fare, paragonare due avvenimenti avvenuti in periodi molto diversi; il risultato è molto interessante: la nostra concezione di tempo lineare è sbagliata, in realtà il tempo è circolare (un po’ come pensavano gli Aztechi), non lineare come pensiamo.
Sembra proprio che ad un certo punto di progressione temporale, il tempo ritorni al passato; è quello che sembra essere avvenuto in questo periodo, un salto temporale di cinquant’anni. Ho cercato, per quello che conosco, di paragonare gli eventi odierni nel mondo islamico con quelli avvenuti nel sud-est asiatico durante gli anni più duri di guerra fredda.
Oltre alle varie somiglianze, prima cosa sono uomini che si danno fuoco in segno di libertà, un tempo erano i bonzi buddisti che protestavano contro i regimi filo occidentali, ora è la gente comune che attua questo estremo gesto (è proprio da un fatto del genere che sono nate le proteste in Tunisia).
Escludendo dal ragionamento la cause delle rivolte, già più volte ricordate in altri più autorevoli blog, vorrei parlare in dettaglio dell’atteggiamento delle potenze occidentali riguardo il ruolo internazionale e il fine ultimo. Oggi come allora lo scopo ultimo è il mantenimento di una supremazia politico economica, non dissimile mezzo secolo fa il grande male era il comunismo, ora caduto il regime sovietico il male è il fondamentalismo islamico; sono cambiati i nemici ma, la pessima, gestione è la stessa. Pur di mantenere lo status quo, la politica internazionale cerca, ora come allora, di mantenere artificialmente, calpestando i valori di cui ci riteniamo portatori (democrazia e libertà), regimi che si definiscono difensori rispetto un nemico comune; poco importa se questi “alleati” non rispettano alcuni standard, la parola fondamentale è mantenere fermo tutto, rispetto ai nemici del momento.

Quello appena descritto è il pensiero dominante degli anni 60/70, che non sembra tanto difforme da quello attuale, cioè la teoria del domino; insomma per contingenze, alcune volte reali, si preferisce cristallizzare delle intere società. Il problema è che sotto la cenere ribollono intere coscienze, che non possono essere bloccate, non si possono fermare delle società millenarie da un giorno all’altro, prima o poi quel tappo posizionato nel collo della bottiglia, che sia democrazia, autodeterminazione, libertà, miglioramento personale risaltano fuori con una forza devastante; così una miscela di risentimento, anche autodistruttivo, il più delle volte violento devasta tutto quello creato fino a quel momento. Il risultato è  che la popolazione si rivolge agli unici oppositori degli occidentali (prima i comunisti ora i fondamentalisti), che così si ritrovano con un aiuto popolare che forse non avrebbero mai avuto. Insomma quello che sembra ora la cosa giusta, si può rivelare una scelta sbagliata per il lungo periodo, avendo per giunta un risultato opposto.

pbacco