La/le crisi

Con questo post ho voluto racchiudere, in un unico articolo, tutti i ragionamenti sulla crisi scoppiata nel 2008.

Come prima cosa, ho pensato che il termine la crisi, sia ormai superato. Quella che chiamiamo crisi è in realtà un insieme di crisi: sociale, politica, economica; stranamente è anche la stessa crisi che ha cambiato faccia, da finanziaria e privata ha raggiunto l’industria, infine ha aggredito anche il pubblico con una crisi del debito statale.

È stata più volte associata alla famosa crisi del 1929, ma con questa ha solo dei punti in comune; le tre cause principali, la sottovalutazione del rischio, mancanza di regole e l’avidità umana. Il mondo da allora è profondamente cambiato, l’occidente non è più il perno del mondo, l’economia si è realmente globalizzata, quel poco di stato sociale che è rimasto dopo l’ultra liberalismo ha comunque mitigato alcune situazioni critiche. Per semplificare quella del 29 fu dovuta a fattori di sovrapproduzione, seppur con distorsioni finanziarie; quella odierna è una crisi strutturale.

Partiamo con l’analizzare la sua nascita, che sembrerebbe essere localizzata nel breve periodo, invece possiamo iniziarne ad intravederne le basi almeno trent’anni prima.

Negli anni settanta infatti è cominciato un progressivo abbassamento dei livelli di retribuzione (in valori assoluti), dovuto al progressiva diminuzione della produttività; in poche parole, per compensare la minore produzione pro capite di beni, che avrebbe causato un aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, si è incominciato a tagliare le retribuzioni del personale. Il periodo citato è l’inizio del fiorire della nuova ondata di neoliberalismo economico e politico, secondo cui il mercato è sovrano ed è capace di auto limitarsi e regolarsi.

Anni ottanta, si cerca di compensare la perdita di produzione reale, attraverso una spinta verso un’economia finanziaria favorita da una legislazione ed un fisco favorevoli. Questo avviene soprattutto in Gran Bretagna dove si viene a creare uno dei centri più importanti a livello globale, la City di Londra. L’epoca del neoliberismo rampante, dove il libero mercato ha la superiorità su tutto. La regola base è che il mercato è sovrano, detta il prezzo dei beni e dei servizi autoregolamentandosi; sono gli anni delle iperliberalizzazioni e deregolamentazioni di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher.

Negli anni 90, si realizza quella che viene chiamata la bolla di internet; con lo sviluppo delle prime società dedite allo sviluppo di software per il nuovo mercato della rete. Una grossa azione speculativa cerca guadagni facili da questo mercato che è in forte espansione. Quando avviene un primo sgonfiamento delle aspettative, cioè quando scoppia la bolla, la finanza cerca di fare profitto spostando il suo mirino e i capitali verso beni più materiali. Ecco che abbiamo l’inizio della bolla speculativa sulle case. Proprio in questo decennio un’altra valvola di sicurezza viene chiusa; la legge Glass-Steagall act del 1933, che impediva la promisquità delle banche d’affari con quelle commerciali, viene abrogata. L’insieme di quelle regole, nate dopo la crisi del ventinove, sono cadute lasciando il mercato libero da regole e senza freni.

Anni 2000, con la guerra al terrorismo dopo gli attentati negli Stati Uniti, si crea un forte aumento dell’indebitamento statale atto a finanziare le due costose guerre (Afghanistan ed Iraq), ed una politica di tassi dei mutui agevolati adottata dalla FED per stimolare il mercato immobiliare. Soprattutto nella società americana, dove il credito al consumo è presente in grandi quantità, l’aumento del valore degli immobili ha causato un maggiore indebitamento delle famiglie, che si vedevano accrescere la base della garanzia verso nuovi finanziamenti, visto che il valore della casa a garanzia dell’importo aumenta costantemente.

Questo fino al momento in cui le prime persone non hanno potuto più pagare le rate del mutuo, vuoi perché troppo indebitate, o perché avevano perso il lavoro. Con una morosità diffusa e la conseguente diminuzione nelle compravendite delle case, il valore stesso dell’immobile è crollato, le banche che non rientrando degli investimenti fatti, si trovavano con enormi buchi di bilancio.

Lo stato per salvare il sistema bancario, visto che non esiste più una divisione tra banche d’affari e commerciali, quindi per non creare un terremoto nell’economia reale, si indebita ulteriormente dopo l’enorme carico dovuto alle spese militari, spostando la crisi da finanziaria a crisi di debito. In questo periodo avviene un forte attacco speculativo agli stati, specialmente in Europa, ancora priva di un governo comune.

Per semplificare, prendiamo come esempio una macchina. Per raggiungere più velocemente la destinazione (guadagno), si era continuamente schiacciato l’acceleratore, avendo però smantellato l’impianto frenante. Tutto procedeva bene, fino quando un rallentamento non ha costretto l’arresto della macchina. Ecco che la troppa velocità (le speculazioni ardite) unito ad un impianto frenante depotenziato (cancellazione leggi e deregolamentazione selvaggia) hanno portato ad un brusco incidente. Anche le cause sui passeggeri (la società) è una metafora della situazione, chi aveva allacciato la cintura di sicurezza e aveva degli airbag si è salvato, chi non aveva protezione ha miseramente affrontato le conseguenze.

pbacco

 

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Guerra siriana, guerra mediatica

La prima cosa che viene persa in una guerra è la verità; questa affermazione è ancora più veritiera se guardiamo la recente guerra civile in Siria.

Molteplici forze sono presenti sul campo, ed ognuna cerca di far apparire la propria visione dei fatti come quella assoluta. La manipolazione, a scopo propagandistico, delle notizie è una continuazione della guerra in altre forme, non cruenti ma altrettanto utili. Se dispongo di abbastanza forza per cambiare la percezione di realtà potrò modificare l’influenza, e quindi il sostegno esterno ed interno a mio favore.

I media, cercano quasi sempre di semplificare le notizie, trovando in una guerra i buoni da una parte ed i cattivi dall’altra; purtroppo quasi mai la situazione è così nitida ed esistono sempre punti oscuri. Questo è vero se guardiamo ad una guerra, è ancora più vero se osserviamo una guerra civile, è amplificato quando gli interessi in campo sono maggiori.

La carneficina di Homs è la prova di questa dissimulazione, i duecento cadaveri non hanno ancora trovato un mandante certo; sui media occidentali si è parlato di soldati di Bashar al Assad che hanno compiuto una ritorsione sui civili della città ribelle, ma altri indizi ci portano ad imputare quella parte di milizie più integraliste.

Sì perché anche la composizione delle forze in campo non è troppo chiara. Nel paese mediorientale troviamo una miriade di forze: la fazione dei ribelli, è composta sia da cittadini siriani che cercano la libertà, sia da siriani che vogliono la caduta del regime per crearne uno più integralista; in contrapposizione troviamo un esercito regolare ben equipaggiato ed addestrato, che anche con qualche defezione ha comunque la superiorità militare. Oltre queste fazioni, troviamo agenti segreti stranieri che supportano il governo di Damasco, sono altresì presenti jihadisti provenienti da tutta la regione mischiati nel fronte rivoluzionario.

Iniziata, venti mesi fa nell’ambito della primavera araba, come una manifestazione per chiedere una maggiore trasparenza e libertà, dopo il rapimento e tortura di alcuni bambini da parte dei reparti di sicurezza interna, questa rivolta si è trasformata in guerra civile, con ramificazioni internazionali sempre maggiori.

Ormai gli interessi internazionali in campo, sono maggiori della stessa posta in gioco sullo scacchiere interno. Come già detto, è ormai accertata la presenza fisica sul territorio di agenti segreti delle potenze occidentali in supporto dei gruppi rivoltosi, sono presenti anche inviati dell’alleato iraniano in aiuto del governo di Damasco.

Aiuti finanziari e logistici, vengono profusi dalle potenze occidentali, insieme al duetto Arabia Saudita e Qatar, e Turchia vecchio alleato che adesso è uno degli stati più favorevoli al cambiamento di regime.

La possibile pacificazione tra le forze attualmente in campo è improponibile, molte le tregue non rispettate, molti gli avvicendamenti per tentare una mediazione, prima dell’ex segretario delle nazioni unite Kofi Annan e recentemente dell’inviato Lakhdar Brahimi. Tutte e due le missioni si sono concluse con un documento accettato dalle parti in gioco, propositi a cui però non sono mai seguiti fatti.

Il presidente in carica, si sente accerchiato da un complotto internazionale e possiede ancora tutta la supremazia militare per poter resistere. I suoi detrattori, non vedono il regime attuale come un possibile interlocutore, in più, anche se dovessero avere una supremazia numerica, non avranno mai quella militare, per cui la partita rimane di stallo.

Dopo lo stop durante le elezioni americane, forse adesso è giunto un periodo più propizio per cercare una risoluzione finale al problema; anche se una nuova (ma vecchia) crisi si è affacciata nell’agenda mediorientale, la questione israelo-palestinese, con il mirino sempre puntato sulla Repubblica Islamica dell’Iran.

pbacco

 

Dalla clava alla cloche

Probabilmente, il cambiamento a cui stiamo assistendo nel combattere una guerra, è paragonabile a quello che ha sconvolto la storia durante il XIV secolo, cioè l’invenzione delle armi da fuoco. Il vecchio modo di combattere, l’arma bianca, prevedeva il contatto fisico tra i due guerrieri, col nuovo ritrovato invece, la guerra diventava più distaccata e devastante, togliendone quell’aurea cavalleresca.
Il passaggio successivo, quello a cui assistiamo, è una progressiva alienazione del fattore sia fisico, sia spaziale della guerra. Ora gli APR, aerei a pilotaggio remoto (meglio conosciuti come droni), pilotati a distanza, vengono spediti a migliaia di Km per presidiare e distruggere obiettivi nemici. Il vantaggio principale è l’assenza di piloti come equipaggio; è pur vero che esistono operatori altamente addestrati, almeno due in servizio per ogni velivolo (escluso l’eventuale esponente dei servizi di sicurezza), che gesiscono l’apparecchio tramite monitor, cloche e sensori, ma questo viene effettuato a distanza. Questa assenza di personale, direttamente esposto a minacce, riduce a zero l’impatto psicologico che, una morte di un soldato ha sull’opinione pubblica. Un’altro vantaggio è la maggiore operatività che questi mezzi offrono; infatti, la rotazione dei militari, consente un’autonomia estrema, anche 36 ore di volo senza interruzione. Altro vantagio, è la minore visibilità che questi mezzi hanno da parte del nemico, il minore costo economico d’esercizio e di acquisto. Differenti sia per mansione svolta, sia che per dimensione, una cosa è certa, in futuro ci sarà sempre più richiesta di questi velivoli. Pensando che questo indirizzo sia solo l’inizio di una vera e propria deumanizzazione dell’atto guerra, dove si vedranno fronteggiarsi direttamente solo robot comandati da umani.
Ma il futuro sembra già prospettare un’altra novità, cioè veicoli inumani condotti da software (è il caso di un recente esperimento per droni telecomandati) che gestiscono il mezzo autonomamente, togliendo il fattore umano.

pbacco

9/11 Come è cambiato il mondo

A dire il vero, ero molto indeciso sullo scrivere di questo argomento; non tanto per la poca importanza dell’accadimento, quanto per la troppa bulimia mediatica che lo attanaglia. Come avrete capito dal titolo il fatto trattato nel post è l’attacco terroristico agli Stati Uniti durante l’11 settembre 2001.

Quel giorno, con gli attacchi alle torri gemelle, al pentagono e probabilmente a Washington, ci siamo trovati di fronte ad un’azione diretta al cuore degli USA. Rispettivamente, un colpo al centro finanziario, al potere militare e al cervello politico della potenza americana. Anche il mezzo con cui è stato compiuto l’attentato, non è stato scelto a caso; l’aereo, il mezzo di trasporto che ha rivoluzionato il modo ed il tempo dello spostarsi nel XX secolo. Questa macchina straordinaria, è da considerarsi, come un’altro simbolo, il segnale del progresso tecnologico della modernità; mondo moderno contro cui i terroristi combattono. Colpendo quei simboli usandone un’altro, si cercava di indebolire finanziariamente l’impero americano, scopo ultimo dell’organizzazione Al Qaeda.

Un decennio dopo, veniamo a sapere che quell’attacco, non ha portato grossi sconvolgimenti diretti agli USA, ma ne ha causato scosse che ne hanno minato l’attuale leadership. Una sorta di offensiva del Têt, che sul piano materiale non ha comportato mutamenti delle forze, a parte le vittime e la crisi economica successiva ai fatti, ma causando una modifica della percezione mentale e degli atteggiamenti futuri.
Il primo attacco proveniente dall’esterno, svoltosi sul suolo americano, ha innescato sconvolgimenti che perdurano tuttora, sia sul piano interno, sia sul piano internazionale.

La prima novità è stata una sorta di chiusura mentale e territoriale del paese; paura nel diverso, controlli più serrati alle frontiere. Questa paura ha condizionato anche la politica estera, portando il paese all’entrata in due conflitti, in Afghanistan ed in Iraq, seppur con motivazioni diverse. Con la scelta di entrare in guerra, si è creata la richiesta di reperire ingenti fondi per finanziare lo sforzo bellico, questo è stato possibile grazie ad un abbassamento del tasso di interesse sul denaro, per poter reperire una grossa quantità di liquidità. Il risultato è stato duplice, da una parte c’è stato un’ingente indebitamento, col risultato finale di aver moltiplicato il debito federale; dall’altro si è creato uno squilibrio finanziario, dovuto al basso interesse, che ha causato la vendita di mutui anche a persone non adatte. Come sappiamo bene, questa è stata una delle cause della recente bolla speculativa, che poi è scoppiata innescando la grande crisi economica.

Seconda novità, è stato lo spostamento di attenzioni verso l’Asia centrale, che ha causato una diversa priorità verso quelle aree, a danno di altre zone, passate in secondo piano nelle strategie diplomatiche; buchi che altre potenze hanno cercato di riempire.

In questo decennio molte cose sono cambiate. Gli USA ora sono in preda ad una recessione, creata dal loro stesso sistema finanziario/economico, ed un debito pubblico imponente, che ne causa instabilità; senza contare che il suo maggiore finanziatore è la Cina. Vediamo che i due paesi, dove si era deciso l’intervento militare, Afghanistan e Iraq, sono ancora lontani dalla pacificazione. C’è un’Europa statica politicamente, in preda ad una crisi economica e sociale. Troviamo una Cina prospera che guarda all’espansione, seppur con i suoi enormi problemi interni. Assistiamo nel mondo islamico, ad una rivolta contro regimi corrotti, in favore di diritti e libertà. Quello che i fondamentalisti volevano costruire attraverso l’uso di violenza, una sorta di califfato islamico, è stato spazzato via da movimenti popolari democratico/ nazionalisti. Quello che gli Stati uniti d’America volevano creare, delle democrazie nel mondo arabo, è stato spazzato via dallo stesso movimento, l’esportazione della democrazia con la forza, ha fallito pure lei.

Insomma se dieci anni fa, il centro del mondo era ancora saldamente ancorato tra l’Atlantico, ora ci troviamo con un mondo realmente plurale, dove il polo attrattivo (risorse, speranza) si sta spostando, almeno parzialmente, verso l’Asia. Questo spostamento, non è certo dovuto esclusivamente a questo accadimento, anche se alcune scelte postume ne hanno accelerato l’avanzata.

Piccola curiosità: la data, scritta all’inglese, viene letta come 911 cioè il numero delle emergenze, le strane coincidenze?

pbacco

Il futuro della NATO – l’era digitale

Questo post non era previsto, ho deciso di crearlo per fare un’aggiornamento del post precedente; essendo la mia politica quella di non modificare un post pubblicato, al massimo correggendo qualche errore di scrittura (di cui è ancora pieno il blog).

Una delle sfide che si troverà ad affrontare la NATO, ma così ogni altro stato nazionale, sarà la smaterializzazione delle frontiere fisiche della nazione. Mi spiego meglio, con l’avanzata di internet, alcuni confini hanno cessato di esistere; o meglio si sono spostati nel virtuale. Una delle prossime sfide globali saranno le guerre informatiche, già recentemente ci sono stati degli accadimenti di questo genere: l’attacco russo alle ex repubbliche baltiche, l’attacco cinese a server americani, la guerra tra Cina e Vietnam.

Questo è uno dei problemi a cui si cerca di porre rimedio; se una nazione alleata è attaccata informaticamente da un’altra nazione, questo può essere inteso come attacco alla nazione stessa, seguendo il discorso, rifacendosi allo statuto dell’organizzazione può causare una protezione dell’alleanza intera contro l’aggressore? L’eventuale attacco sarà solo soft power (informatica) o anche hard power (esercito tradizionale)?

pbacco

Il futuro della NATO

Con la fine della guerra fredda, da cui questa organizzazione è nata e, con il recente restringimento delle spese statali che colpiscono fortemente le finanze militari, la NATO si trova in un periodo in cui deve trovare la sua funzione finale, se non la propria sopravvivenza.

Lo scopo principale dell’alleanza, la contrapposizione al comunismo, è venuto meno già da un ventennio, ma questo non ha intaccato, per ora, la coesione dei membri che hanno comunque mantenuto la funzione di difesa sovrastatale cambiando il target, ora la missione è la lotta contro il terrorismo.

La vera forza militare, prima come ora, è principalmente americana, dove gli USA hanno circa il 70% del potenziale bellico dell’intera alleanza. Gli alleati europei, dopo la seconda guerra mondiale, hanno via via decrementato la percentuale del PIL spesa per armamenti, questo è dovuto a mio parere a due motivi. Il primo è una sostanziale apatia dell’elettorato europeo agli affari di guerra; il secondo è che gli Stati Uniti, facendo da chioccia, hanno protetto i paesi oltreoceano direttamente (vedi le varie basi sparse per il continente), creando una sudditanza, che faceva comodo ai governi europei, che potevano tagliare allegramente, pensando che comunque ci sarebbe sempre stata la protezione del potente alleato.

Se al taglio delle spese statali per la difesa, attuate per contrastare la crisi finanziaria, aggiungiamo i due grandi fronti in cui la NATO è impegnata, Libia ma soprattutto Afghanistan, ci troviamo ad una vera e propria crisi strutturale dell’alleanza sul piano materiale/finanziario.

Esempio lampante è la dichiarazione dell’ammiragliato inglese, il quale riferiva di una fine di fondi disponibili per la missione libica entro agosto; e stiamo parlando di una delle marine più potenti al mondo, della nazione marittima per eccellenza.

Insomma un’alleanza che deve trovare il proprio fine strategico, magari il contenimento futuro della Cina, avendo però i piedi impantanati in una regressione strutturale dovuta a tagli, che possono comprometterne il funzionamento.

pbacco

Cade un simbolo, nasce un mito, rimane il pericolo

Con la morte del capo Osama Bin Laden, di certo le attività di Al Qaeda non si fermeranno, in quanto l’organizzazione per sua natura è formata da più gruppi separati ed autonomi. Da questo avvenimento, magari avranno un’impulso ulteriore; una questione è certa, questo avvenimento non decreta la sconfitta di quell’ideologia.

L’operazione statunitense arriva nel momento di sbandamento del radicalismo islamico. In crisi per via del sempre più rigido controllo monetario attuato, che ne limita il sovvenzionamento dai paesi occidentali. In crisi di fronte alle rivoluzioni arabe, dove i giovani sono affascinati da ideali “occidentali” quali democrazia, stato nazionale, aspettative sul futuro; non sui valori della religione, del panarabismo (califfato islamico) e della società tradizionale.

L’avvenimento è comunque epocale, almeno simbolicamente; l’uomo più ricercato al mondo, sfuggito (o aiutato a fuggire) per dieci anni all’esercito ed intelligence più forti e preparati al mondo, è stato ucciso. Questa operazione, segna anche il coronamento del cambio di strategia politica del presidente americano rispetto al predecessore: cioè il coinvolgimento del Pakistan (forte sponsor talebano) nella lotta, diretta e non, al terrorismo. Ruolo chiave che il paese asiatico ha anche per le sorti della guerra nel vicino Afghanistan.

Tralasciando la storia personale di Osama, citando solo che, in alcuni momenti fu usato dalla CIA per scopi contingenti contro l’URSS; un’altra importante novità è la recente integrazione tra intelligence e militari avvenuta negli USA. Pochi giorni fa, c’è stato uno scambio di poltrone tra il gen. Petraeus (ex Pentagono) e Panetta (ex CIA); sembra una notizia minore, invece mostra la sempre maggiore cooperazione tra le varie agenzie federali e l’esercito. Già precedentemente le forze militari svolgevano operazioni segrete di intelligence, ora però avviene una sorta di fusione, per ovviare al cambiamento nel modo di combattere una guerra. Come già detto il nemico è sempre meno un’esercito statale, adesso c’è bisogno di operazioni più mirate, più segrete e meno costose.

Cade un simbolo, che diventerà un mito (per i fanatici), permane il pericolo.

pbacco

La limitatezza dell’altezza

Scusate il gioco di parole del titolo, non me ne vogliano le persone basse di statura, anche perchè oggi vorrei ritornare a parlare della missione internazionale in Libia.

Si parla da qualche giorno della possibilità di armare i rivoltosi, così da fornigli dei mezzi più adeguati per la guerra. Premettendo che la missione era nata con lo scopo di interporsi tra i governativi e i rivoltosi, senza però modificare le forze in campo, nè per cambiare il regime, ora sembra che le cose stiano cambiando. Secondo il mio modesto parere alcuni armamenti sono già stati inviati, trammite Egitto e UAE; anche assistenza di intelligence è stata fornita sia dagli statunitensi, sia da inglesi. Inoltre come già detto, penso proprio che ormai il fine dell’operazione sia proprio quello di un cambiamento.

Altra limitatezza della missione, è il fatto di essere prevalentemente una forza aerea (ora anche marina) ma non terrestre; questo è dovuto giustamente al fatto di non creare un possibile problema diplomatico, soprattutto nella popolazione musulmana, di visione neo colonialista o anti islamica. Questo problema però ne porta un’altro; come già dimostrato in varie occasioni nella storia, la guerre non si vincono esclusivamente attraverso la forza aerea, serve il controllo del territorio dal basso. Questa teoria è sempre più valida se ci sitrova in teatri bellici moderni, dove l’esercito avversario è diventato quasi invisibile, perchè il più delle volte non è più un esercito regolare, ma una milizia popolare; basta vedere in Afganistan, dove è difficile distinguere i terroristi dalla popolazione normale.

Anche se dovessimo bombardare tutto il territorio, il risultato sarebbe comunque inutile, soprattutto se ci troviamo in un paese non industriale. Basta vedere l’esempio vietnamita, dove una quantità enorme di bombe (più di tutta la II GM) non ha scalfitto la lotta vietcong, anzi forse è stato uno dei fattori motivazionali.

Rimago comunque fermo sulla giustezza sia giuridica, sia morale dell’intervento; senza per questo negare alcune discrepanze.

pbacco

È NATO una nuova missione

Gli avvenimenti in Libia cambiano con una velocità elevata. Dopo aver perso tutto il vantagio accumulato, gli insorti si erano trovati ad essere confinati nella sola Bengasi; solo l’intervento della coalizione internazionale ha scongiurato una fine disastrosa della rivolta, soffocata dai bombardamenti, ma ancora peggio dalla vendetta del colonnello. Da allora, anche con qualche aiuto materiale, i ribelli hanno (e stanno) riconquistato territorio; fonti riportano la riconquista di quasi tutti i terminal petroliferi dell’est, tra l’altro gli stessi insorti affermano di poter incominciare l’esportazione del greggio entro una settimana. Non è possibile stimare se l’avanzamento dei rivoltosi si possa spingere fino a Tripoli, visto il forte dispiegamento di lealisti a difesa della capitale, considerando anche un minimo di supporto della popolazione nella tripolitania, da sempre più fedele al leader.

Intanto avvicendamenti in corso anche alla testa della missione internazionale; il comando è passato, con qualche malumore francese, alla NATO. Precedente quest’ultima decisone c’era stata la creazione di un’embargo navale, ora rientreata anch’essa sotto comando atlantico. Sul fronte politico è da notare l’attivismo della Russia, quasi da subito non concorde con lo svolgimento della missione, chide un cambiamento di scopo. Da rilevare l’importante ingresso in campo della Turchia, che prima consente il comando NATO delle operazioni e poi si offre come mediatore politico nella crisi.

In campo europeo si è vista la solida frattura, portando ogni paese a guardare solo le priprie questioni nazionali, con un’acuirsi delle posizioni tra Italia e Francia. Si nota sempre un’atteggiamento molto aggressivo da parte di Francia e Gran Bretagna, che chiedono, in maniera diretta, un cambiamento di regime.

Notizia di questa sera afferma, fonte Eliseo, di una videoconferenza tra Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania. La mancanza di incisione politica internazionale italiana è evidente, senza per questo gioire, anzi sconsolato della situazione. Amici libici per storia e vicinanza, siamo riusciti a creare un buon scambio economico, intriso anche da malaffari. Siamo stati inglobati in una missione non sentita (nè in campo sociale, nè economico), una volta entrati ora non veniamo neanche invitati dagli alleati alle riunioni, pure la Germania dall’inizio neutrale si trova in una posizione superiore.

pbacco

Nomen omen

Non sapendo cosa scrivere, oggi giocheremo un po’ con le parole.

Sperando che Odissey dawn, all’alba dell’odissea, non si trasformi realmente nel nome evocato. Odissea, sembra che derivi dal verbo odiare, se dovesse essere l’inizio dell’odio allora siamo finiti; anche se dovessimo interpretare il nome come una sintesi del grande poema omerico, l’alba del grande periodo di pericoli e peripezie, non è che sarebbe molto confortante.

Detto questo mi chiedo con quali criteri vengono scelti i nomi delle missioni, ma scegliere “Rainbow dawn” no!

pbacco