Il giardino delle gemme

Recentemente è risalito agli occhi occidentali un conflitto che in realtà non è affatto nuovo, la guerra che si protrae nelle province orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Questo immenso paese africano (2.3 milioni di Km2), situato nell’area dei grandi laghi, è uno dei paesi più ricchi di materie prime, soprattutto nelle regioni orientali, quelle interessate dai conflitti odierni. Nel sottosuolo troviamo infatti oro, diamanti, coltan, materie prime molto importanti (se non indispensabili) per l’industria elettronica moderna.

Il recente inasprirsi della crisi, è l’ultimo fatto di un’instabilità che abbraccia tutta la regione fin dal 1994. Risaliamo infatti al fatidico anno che segnò amaramente le sorti del Rwanda, durante il quale si realizzò uno dei più efferati genocidi della storia, la guerra civile tra Hutu e Tutsi. Alla fine del conflitto le milizie Hutu si sono rifugiate nel vicino Zaire (oggi RDC), dove hanno goduto di una possibilità di manovra dovuta alla poca presenza statale congolese, ed una non curanza internazionale; si è creata una sorta di continuazione del conflitto interetnico su suolo straniero.

Non è mai stata una storia serena quella nel nord e sud Kivu; una vera pace non è mai arrivata. Nel 2008 il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) comandato da Laurent Nkunda, firma un trattato di pace con il governo, accordo a cui non partecipano Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) a maggioranza Hutu. L’ottobre dello stesso anno però la pace viene stralciata; è il periodo in cui avviene l’ultima grande crisi precedente ai fatti odierni.

Nel 2009 incominciano le prime defezioni dal CNDP, dove alcuni leader passano dalla parte governativa; in gennaio poi avviene la cattura, da parte delle forze congolesi e ruandesi, del comandante Nkunda. Così il 23 marzo 2009 il CNDP si scioglie definitivamente, confluendo nell’esercito regolare congolese (FARDC).

Nel 2012, alcuni pezzi dell’ex milizia, reclamando il non rispetto dei trattati, e fuoriescono ancora dall’esercito regolare, andando a formare l’odierno M23, acronimo di marzo 23, data che ricorda appunto il giorno della firma del trattato di pace.

Ma come è stato possibile che una milizia di 3.000 ribelli, abbia potuto sbaragliare un esercito con una presenza di circa 20.000 soldati nella regione del nord Kivu di cui 7.000 nella sola Goma, senza contare la presenza dei 17.000 soldati con mandato ONU appartenenti alla MONUSCO che sono impegnati al mantenimento della pace? Sicuramente possiamo affermare che l’esercito regolare è composto da militari malpagati, mal addestrati e mal riforniti, che alle prime schermaglie hanno preferito scappare. Sono gli stessi soldati regolari che alcune volte incentivano il traffico irregolare di metalli per “arrotondare lo stipendio”; sono i militari meno preparati ad essere spediti così lontano da Kinshasa, così da tenere più vicino i migliori in caso di problemi; sono soldati con una moltitudine di fanteria, che però non è supportata da mezzi blindati né aviazione, infatti l’unico supporto aereo è giunto da parte di velivoli MONUSCO. Ma questi aspetti non possono spiegare del tutto questo genere di resa. Infatti sarebbe sbagliato pensare a questi ribelli come a degli sprovveduti, fonti della missione ONU riferiscono di equipaggiamenti a visori ad infrarossi, segno che esiste un sostegno importante dietro le milizie.

Un recente report redatto da esperti delle Nazioni Unite accusano il vicino Rwanda ed Uganda di finanziare supportare i ribelli. Dopo l’uscita di questo rapporto l’Uganda ha minacciato in caso di prese di posizione ONU di ritirare il suo contingente (uno dei maggiori) dall’operazione in Somalia, una sorta di veto su future decisioni.

A complicare la situazione, è il territorio montagnoso dell’area ed un confine molto permeabile, sia in uscita che in entrata. La frontiera permette il passaggio di miliziani e rifornimenti verso l’est Congo, ed un passaggio inverso di materie prime che alimentano il commercio illegale di materie prime. Proprio questo traffico, alimenta una florida economia del vicino Rwanda, che legalizza il commercio dei minerali del vicino; ecco spiegato l’appoggio di Kigali alle milizie oltreconfine.

Una storia locale narra che, durante la creazione Dio camminava sulla terra, avendo tra le mani un sacchetto pieno di gemme preziose da spargere per il globo. Giunto nei pressi della regione dei grandi laghi inciampò, e tutto il contenuto del sacchetto si sparse su quella piccola area; ecco spiegato come mai in quella regione le pietre si raccolgono a manciate.

Sperando che il giardino delle gemme, possa diventare un giorno anche un giardino di pace; ma in questo caso entra in gioco il fattore della maledizione africana.

pbacco

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In certi casi il tempo cambia

Sono cominciate le operazioni di patugliamento delle forze aeree, della così detta coalizione dei volenterosi, sui cieli libici.

Non sappiamo come si evolverà la situazione, c’è da notare alcune differenze con l’altro conflitto recente, quello iracheno:

  • Questa volta non sono stati gli Stati Uniti a promuovere l’azione, anzi sono stati piuttosto restii all’intervento militare.
  • Lo sgretolamento dell’asse franco-tedesco, un tempo uniti contro l’intervento nel paese arabo, ora vede invece la Francia principale operatore e promotore, mentre la Germania in sostanziale neutralità.
  • Un mandato, e quindi leggitimazione, anteriore avuto dall’ONU, non più a posteriore come nel 2004.
  • Un coinvolgimento regionale, la lega araba ha presenziato alla riunione di Parigi, così come altri paesi arabi si sono detti disponibili ad un intervento in prima linea.

Emerge con sempre più limpidezza la grossa mancanza di una politica estera unica europea, che ha sì un nuovo rappresentante unico, azzoppato però dal potere delle varie cancellerie. Questa rappresentante si trova ad essere un trasportatore asettico delle idee elaborate dai vari membri, senza avere una vera possibilità di movimento autonomo. Sia chiaro, questo non dipende dalla persona in se, ma dal potere politico di ogni membro dell’unione, che non delega ancora alcuni poteri all’Unione Europea. Altra mancanza è quella di un unico esercito europeo, senza di cui l’Europa è azzoppata di forza propulsiva, dovendo chiedere di volta in volta la disponibilità ad ogni singolo paese e non direttamente al parlamento europeo.

Altra unione, in questo caso non pervenuta, è quella africana. Attiva, anche se superata dalla varie comunità economiche africane, nella crisi ivoriana, sembra latitante sul problema libico già dalle prime battute.

Come chiusura, visto che oggi è S. Giuseppe, un augurio a tutti i padri.

pbacco

Quando il tempo rende forti

Su di una cosa aveva ragione Laurent Gbagbo, quando affermava che più si sarebbe prolungata la sua permanenza al potere, più avrabbe avuto possibilità di vincere. Come aveva presagito, col passare del tempo l’attenzione, sia dei media (che al massimo rimangono su di una notizia due settimane), sia da parte delle potenze estere, sarebbe scemata avvantaggiando lo stesso ex-presidente. Le cancellerie estere, disse, si troveranno a confrontarsi con nuovi problemi internazionali, portando in secondo piano la lotta in Costa d’Avorio; mai previsione fu più azzeccata. Resistere, fino a far passare la tempesta, così che poi nessuno si ricordi degli avvenimenti. Intanto l’ONU si trova a dover fronteggiare l’ennesimo conflitto, senza avere delle risorse appropriate, perchè spuntate dai veti, frutto degli interessi che le altre nazioni hanno nel gioco mondiale.

pbacco